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Media e disabilità, Bartolucci: fastidiosa tendenza a parlare per categorie

Dossier "Niente stereotipi, per favore"/9. Dieci puntate, dieci professionisti della comunicazione (disabili) che raccontano come giornali e tv rappresentano la disabilità. L'analisi di Luisa Bartolucci che dirige "Slash radio web", emittente online dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti

09 gennaio 2017

- ROMa - "La visibilità delle persone con disabilità è uno degli obiettivi principali dal quale non è possibile prescindere, se si vuole realmente riuscire a vincere la sfida che la società e le nuove modalità di interazione sembrano lanciare. Abbattere il muro del pregiudizio, sgretolare i numerosi stereotipi che ancora vengono associati, per esempio, alla cecità e/o all’ipovisione, è la battaglia più difficile da combattere, per giungere a una forma di comunicazione, che sia non solo informazione, ma anche e principalmente formazione". Ne è convinta Luisa Bartolucci che dirige "Slash radio web", emittente online dell’Unione italiana ciechi e ipovedenti, associazione con cui collabora dal 1989. Sempre per l’Uici coordina la Commissione nazionale pari opportunità e cura il mensile Kaleîdos. La sua è una delle voci raccolte nel dossier "Niente stereotipi, per favore", pubblicato nel numero di dicembre del magazine SuperAbile Inail, in cui dieci giornalisti, comunicatori e blogger che vivono la disabilità sulla propria pelle (anche se non sempre se ne occupano anche a livello professionale) raccontano come i media raccontano la vita e rappresentano le persone disabili.
 

Luisa Bartolucci
Luisa Bartolucci

"È vero che, attualmente, viene 'concesso' alle persone con disabilità un po’ più di spazio e offerta maggiore visibilità rispetto al passato ma, oltre a non essere ancora sufficiente, non sempre riesce a trasmettere le giuste informazioni nei dovuti modi. Nel leggere gli articoli pubblicati da quotidiani e periodici, ancora confinati in reconditi angoli delle ultime pagine, è possibile notare la consueta tendenza a focalizzare l’attenzione sempre sui medesimi temi, senza approfondirli e nella quasi totalità dei casi, astenendosi dal fornire informazioni circostanziate, atte a far meglio comprendere quali siano le difficoltà incontrate o quali siano le modalità con cui si raggiungono traguardi od obiettivi uguali a quelli dei normodotati. Insomma, dai media si apprende poco della nostra vita, della quotidianità, delle potenzialità e capacità, per non parlare della produttività delle persone cieche e ipovedenti e non solo", sottolinea. "Si parla o, piuttosto, si straparla più di falsi invalidi o di legge 104 fruita da chi non ne avrebbe titolo che non delle barriere che impediscono la piena inclusione, creando oltretutto un clima di diffidenza anche nei confronti di chi quotidianamente combatte la propria battaglia per affermare i propri diritti e per far comprendere che si è in primo luogo persone".
Per Luisa Bartolucci "disturba molto quell’aura di compassione che non di rado permea articoli, servizi e/o persino semplici note di agenzia; è possibile trattare queste tematiche anche con leggerezza, oserei dire con il sorriso sulle labbra. Un altro aspetto che reputo fastidioso è il voler sempre parlare per categorie, anche quando si racconta la storia di un singolo".

"Non è che, se vi sono ciechi che hanno particolari attitudini o sono eccellenti musicisti, ciò significa che tutti coloro che hanno problemi di vista debbano esserlo per forza, così come, non è che tutti i disabili sono buoni, o tutti diffidenti, o tutti bravi. - spiega - Abbiamo pregi e difetti in quanto singoli, in quanto persone, non a seconda della disabilità.  Grazie alla rete e ai social si sta diffondendo una tipologia di comunicazione che parte direttamente da noi, attraverso pagine Facebook, blog o radio web. Ritengo positivo che i comunicatori disabili raccontino se stessi e rappresentino le proprie istanze. Certo occorre evitare di divenire autoreferenziali, ma far sentire la nostra voce è indubbiamente un grosso salto di qualità. Ciò tuttavia non deve condurre a ritenere superflua la narrazione fatta da esterni, poiché essa sicuramente può aiutarci a comprendere meglio come e cosa gli altri vedono in noi, in alcuni casi può rappresentare quasi una forma di mediazione, un non trascurabile momento di reciproca crescita e arricchimento".

 

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