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Non autosufficienza, dalla Corte dei Conti un quadro a luci e ombre

Relazione della Corte dei Conti “Fondo per le non autosufficienze 2007-2015”. A Trento si spendono 282 euro pro-capite, a Reggio Calabria solo 26. Tra le raccomandazioni, uniformare criteri e risorse, raccogliere dati nel Casellario dell’assistenza e implementare un modello di assistenza personale autogestita

25 gennaio 2017

ROMA - Come sono state spese le risorse del Fondo per la non autosufficienza negli ultimi anni? E quali sono le vicissitudini che questo fondo ha attraversato, dal giorno della sua istituzione fino ad oggi? E soprattutto, cosa si può fare per ottimizzare l’impiego di queste risorse e fare in modo che realizzino il proprio scopo? A rispondere nel dettaglio a queste e altre domande sulla non autosufficienza in Italia è la relazione della Corte dei conti “Il fondo per le non autosufficienze (2007-2015)”, recentemente depositato e pubblicato. Sei capitoli, di cui l’ultimo dedicato alle conclusioni e le raccomandazioni, con un corredo di 21 tabelle e 3 grafici. Un esame dettagliato della Relazione e delle sue diverse “voci” è disponibile nel dossier pubblicato su SuperAbile.it, il portale dell’Inail sulla disabilità. Qui cerchiamo di mettere a fuoco i punti fondamentali, evidenziati dalla Corte dei Conti.

Sperimentazione. Punto di riferimento è il Programma d’azione biennale per la promozione dei diritti e l’integrazione delle persone con disabilità, approvato alla fine del 2013, che nella linea d’intervento n. 3 si riferisce a “politiche, ai servizi e ai modelli organizzativi per la vita indipendente”. Ed è proprio a partire da questa linea d’intervento che – come riferisce la Corte – è stata avviata, sempre nel 2013, la “sperimentazione di un modello di intervento unitario a favore del tema della vita indipendente nei diversi territori regionali”. Impegno che è stato confermato nei due anni successivi. E proprio questo della sperimentazione della vita indipendente è il primo elemento annotato nella relazione.

Eterogeneità. Il secondo è la disomogeneità territoriale: Il Fondo è finora amministrato sul modello delle politiche sanitarie: lo Stato conserva la competenza sulla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, sul loro finanziamento e la vigilanza sulla loro attuazione. Mentre la gestione delle risorse e l’attivazione dei servizi è di competenza regionale. “Ma lo schema ripreso dal comparto della sanità – osserva la Corte - è di difficile attuazione nel campo delle politiche sociali”, dove non ci sono livelli essenziali delle prestazioni (mentre in ambito sanitario i Lea esistono dal 2001 e sono stati, peraltro, da poco aggiornati. Accade così che “il nostro paese registra ancora una estrema eterogeneità e disomogeneità nella diffusione dei servizi sul territorio, cui corrisponde una significativa sperequazione della spesa sociale”. Qualche cifra significativa: “i 282 euro pro-capite che vengono spesi nel 2015 nella Provincia autonoma di Trento per far fronte alle specifiche esigenze, contro gli appena 26 euro della Regione Calabria. Più in generale, il Sud spende, in media, poco più di un terzo rispetto al Nord”. Di qui la prima urgenza segnalata dalla Corte: “risulta assolutamente necessario ed urgente che vengano rafforzati tutti quei presidi e meccanismi di governance che siano in grado di realizzare un processo di convergenza o, perlomeno, di riduzione dell’eterogeneità non solo nella spesa, ma anche nei modelli di intervento, improntati ad una concreta e tangibile eliminazione degli squilibri esistenti non solo tra le diverse regioni, ma anche all’interno delle stesse regioni. Conseguentemente, il requisito anagrafico-residenziale non deve rivelarsi elemento di maggior favore per alcuni cittadini rispetto a quelli che risiedono in contesti territoriali più svantaggiati”.

Stabilizzazione. Un passo avanti in questa direzione è stato compiuto nel 2015, a seguito della legge di stabilità, “mediante l’avvio di un percorso di stabilizzazione delle risorse del Fondo, a decorrere dall’anno in corso. In sostanza, lo stanziamento di bilancio ‘strutturale’ garantirà che il fondo diventi un valido strumento per la realizzazione degli obiettivi prefissati”.

Il piano per la non autosufficienza. Novità relativamente recente è l’approvazione del Piano triennale per la non autosufficienza 2017-2019, da parte dei ministeri del Lavoro, sella Salute, delle Finanze e delle Autonomie regionali. Piano che ha lo scopo di “dare ulteriore specificazione alla definizione delle ‘disabilità gravissime’, alle quali viene riservata una quota esclusiva non inferiore al 40 per cento delle risorse riservate alle regioni”. E la Corte sembra riporre molte speranze in questo Piano: “l’esatta identificazione dei beneficiari delle risorse del Fna consentirà al Ministero di acquisire il complesso dei dati necessari a definire e dare attuazione ai livelli essenziali delle prestazioni (Lea)”. Per quanto riguarda le tempistiche, “l’acquisizione dei dati nel sistema informativo dei servizi sociali relativi ai soggetti con ‘disabilità gravi’ è prevista per la fine del 2017, riservando al 2018 la definizione graduale dei livelli essenziali delle prestazioni riconosciute a tutte le persone affette sia da disabilità ‘gravissime’ che da quelle ‘gravi’, onde pervenire a determinare i fabbisogni finanziari sulla base delle maggiori priorità”. (cl)

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Tag: Piano non autosufficienze, Corte dei conti, Fondo non autosufficienza, Non autosufficienza

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