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Traumi, emarginazione, accoglienza negata: i rischi per i migranti in Italia

Il tema è al centro del convegno "Riprendersi" promosso dalla Fondazione Don Luigi di Liegro in collaborazione con l'Inmp. Mirisola:"Quando arrivano la loro salute è buona, ma nel viaggio hanno subito traumi, servono trattamenti clinici".

28 gennaio 2017

ROMA - Stress da transculturazione e culture-bound syndromes, ma soprattutto
emarginazione socioeconomica: per i migranti che arrivano in Italia non sono
solo i disturbi post traumatici da stress l’unico rischio per la loro salute
mentale. A preoccupare maggiormente gli esperti è soprattutto la povertà dovuta
ad una mancata accoglienza nel paese ospitante. Del tema se n’è parlato al
convegno “Riprendersi” promosso e organizzato dalla Fondazione Internazionale
Don Luigi Di Liegro e dalla Fondation d’Hancourt, in collaborazione con l’Inmp,
l’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti
ed il contrasto delle malattie della povertà, che si conclude oggi a Roma.

La salute mentale dei migranti è forse uno degli aspetti che maggiormente
preoccupa il team dell’Inmp. “Lo stato di salute dei migranti è generalmente
buono - ha spiegato Concetta Mirisola, direttore generale dell’Inmp -: un
viaggio così terribile, che dura mesi o anni, dà la possibilità soltanto a chi è
veramente forte di arrivare in Italia. Le persone che arrivano, inoltre, sono
giovani uomini, minore è il numero delle donne e dei bambini. Tuttavia spesso
sono persone che hanno subito un trauma, quello del viaggio, lungo il deserto,
attraverso le carceri libiche e le violenze. Ma c’è la voglia di vivere e di
arrivare in un posto che possa dare possibilità di una fuga da torture e
violenze e una rinascita”. Oltre alla sede di Trastevere, l’Istituto opera anche
a Lampedusa e a Trapani, con 20 mila pazienti l’anno, circa 60 mila prestazioni
l’anno e ben 350 mila negli ultimi 5 anni. “I disturbi post traumatici da stress
sono i più frequenti - ha raccontato Mirisola -, altrimenti non ci sarebbero
grosse malattie. Ci sono quelle legate al viaggio, come i disturbi dell’apparato
respiratorio, oppure legati alla promiscuità, come la scabbia. Il 60 per cento
delle persone che arriva ce l’ha, ma bastano trattamenti clinici per alcuni
giorni e il problema è risolto”.

I rischi per la salute mentale, però, non terminano una volta arrivati in
Italia. “Si tratta di persone da tutelare - ha aggiunto Massimiliano Aragona,
dell’Inmp - perché le complesse condizioni di vita in cui vengono a trovarsi
fanno sì che quel patrimonio di salute mentale possa depauperarsi”. Con il
consolidarsi del fenomeno migratorio nel nostro paese, però, lo spettro di
quelle che sono le patologie di salute mentale è diventato in qualche modo più
variegato e più diffuso. “Non è più una cosa per soli esperti di immigrazione -
ha spiegato Aragona -, ma un fenomeno tale per cui ci dobbiamo attrezzare tutti.
Con i tassi di natalità sempre più bassi tra gli italiani e sostenuti tra i
migranti, a seconda che lavoriate nel Centro di igiene mentale nel centro di
Roma o in periferia, su dieci pazienti tre saranno immigrati”.

Le tipologie di pazienti immigrati, inoltre, possono essere anch’esse molto
varie. “Abbiamo i migranti di vecchia data arrivati per motivi economici -
racconta Aragona -. Poi ci i figli dei residenti che sono nati all’estero, che
hanno una cultura prevalentemente italiana e si trovano quindi tra due culture,
quella dei propri genitori e quella dei compagni di scuola. Se si considera poi
che i migranti vivono maggiormente nelle periferie e che per ottenere lo stesso
reddito degli italiani devono lavorare di più, non sono esclusi ulteriori rischi
per la salute mentale di cui il sistema sanitario si deve occupare. Poi ci sono
gli irregolari, i detenuti, i transitanti, fino ai richiedenti protezione
internazionale e a quel fenomeno che sta diventando sempre più importante di una
serie di migranti irregolari che avevano chiesto la protezione ma non gli è
stata accordata, finendo così per strada in una situazione di irregolarità.
Dobbiamo prepararci a diverse esigenze dal punto di vista della salute mentale”.

Tra le principali problematiche, ha aggiunto Aragona, c’è innanzitutto quello
che viene definito stress da transculturazione. “Appena arriva, l’immigrato è
sotto pressione dal punto di vista psicologico perché non solo deve apprendere
nuova lingua - ha aggiunto Aragona -, ma deve adattarsi a nuovi parametri di
comportamento. Parte da una situazione sociale svantaggiata. Poi ci sono le
culture-bound syndromes, sindromi peculiari dei migranti legate alla cultura di
provenienza che fa sì che anche il modo di esprimere la sofferenza sia
tipicamente codificata dal proprio sistema culturale. Poi ci sono le
interpretazioni culturali dei sintomi”. Tante, quindi, le insidie, ma se c’è un
modo per prevenire parte delle problematiche che insorgono durante la permanenza
nel paese d’arrivo, di sicuro è la buona integrazione. “Le difficoltà post
migratorie sono un fattore di rischio significativo - ha aggiunto Aragona -. Ci
sono tantissimi studi che lo confermano. C’è la paura di essere rimpatriati, la
noia, il fatto che queste persone rimangono in attesa per mesi o anni di una
risposta sul loro diritto di rimanere o se devono passare il resto della vita
nell’ombra. E poi la preoccupazione per i familiari a casa. Alcuni studi, però,
ci dicono anche che le persone accolte e supportate in questo percorso sono
quelle che si integrano, trovano un lavoro e stanno bene. Le persone che vengono
messe in condizione di detenzione, a cui viene dato un permesso di soggiorno
sempre troppo breve e che non dà la possibilità di progettare un futuro, sono
quelle che dopo due anni stanno male e non si sono integrate”.(ga)

 

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