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A Coriano i cittadini si tassano per accogliere una famiglia siriana

Massimiliano Zannoni la chiama accoglienza a chilometro zero: un centinaio di famiglie si sono autotassate per un anno per permettere alla famiglia di A., torturato e seviziato in un carcere del regime siriano, di arrivare in Italia grazie ai corridoi umanitari

31 gennaio 2017

Accoglienza rifugiati a Coriano - Corridoi umanitari 1

CORIANO (Rimini) – “Sono scout da una vita, e la scorsa estate sono stato una settimana con alcune famiglie siriane arrivate a Trento grazie ai corridoi umanitari. - Mentre tornavo a casa, ci ho pensato e ripensato, finché non mi sono confrontato con mia moglie. Dubbi, paure. Alla fine abbiamo deciso di metterci in gioco”. Il progetto di Massimiliano e Gilda Zannoni è partito da lì, dai pensieri confusi che si rincorrono in una notte d’estate: “Abbiamo pensato che anche Coriano, dove abitiamo noi, potesse diventare il futuro di pace che tante famiglie siriane sognano. Ci siamo rimboccati le maniche e siamo partiti con l’iter per accogliere attraverso i corridoi umanitari”. Così, a novembre, Max e Gilda sono partiti alla volta del Libano: destinazione, il campo profughi al confine con la Siria dove vivono anche i volontari di Operazione Colomba, il corpo nonviolento di pace della Papa Giovanni XXIII: “Ci siamo fermati 5 giorni. Abbiamo conosciuto tante famiglie, tra cui quella che ieri siamo riusciti a portare a Coriano. Allora ancora non lo sapevamo: quando l’abbiamo scoperto, una decina di giorni fa, è stato bellissimo. Erano stati i nostri vicini di tenda”.

La famiglia, insieme con un’altra quarantina di persone, è atterrata il 30 gennaio a Fiumicino grazie ai corridoi umanitari sostenuti da Comunità di Sant’Egidio, Tavola Valdese e Federazione chiese evangeliche. A Homs, A. aveva una moglie e due figli: quando scoppiò la guerra, venne arrestato perché si rifiutò di arruolarsi con il regime. Fu rinchiuso in un carcere, e per un anno è stato sottoposto a torture e sevizie. Le bastonate sulla bocca gli hanno fatto cadere tutti i denti, quelle sulla schiena gli hanno rotto alcune vertebre. Gli sono state uccise la moglie e la sorella: l’ha scoperto solo diversi mesi dopo, perché quando avvenne era ancora detenuto. Non ha potuto organizzare nessun funerale, solo versare lacrime postume. Per uscire dal carcere del regime ha pagato una cauzione di 3 mila euro e, dopo essersi innamorato di un’altra donna, con lei e con i suoi figli è fuggito in Libano, nel campo profughi Tel Abbas, dove è nata la loro bambina che oggi ha 3 anni. Lì, tutti insieme (gli altri figli hanno 7 e 11 anni), sostenuti dai volontari di Operazione Colomba, hanno vissuto tre anni. Fino a quando, grazie alla perseveranza di Max e Gilda, ieri hanno preso un aereo per Roma. “È stata un’emozione fortissima – racconta, ancora commosso, Max –. Dopo la nascita delle mie due figlie, è stato il momento più toccante della mia vita. Ci siamo abbracciati: li abbiamo guardati negli occhi, e abbiamo capito che, per la prima volta, si erano resi conto di avere una possibilità di vita e di futuro fino a quel momento impensabile”. 

Accoglienza rifugiati a Coriano - Corridoi umanitari 2

Per accoglierli a Coriano, Max e Gilda hanno chiesto aiuto alle parrocchie, al Comune e a tutti i concittadini. “Ci siamo inventati un’adozione a chilometro zero – spiega Max –. In pratica, con un altro centinaio di famiglie ci siamo auto-tassati per un anno per 15 euro al mese. Abbiamo cominciato a novembre: tutte le prime domeniche del mese, dopo la messa raccogliamo i fondi. Lo facciamo direttamente, è bello vedere le persone, parlarne assieme”. Così, grazie alla solidarietà di tutti, per la famiglia di A. è stato individuato un appartamento nel centro di Coriano, che però si libererà solo a febbraio. Per questo mese, allora, genitori e figli saranno ospiti di una comunità d’accoglienza, sempre gestita dalla Papa Giovanni XXIII alle porte di Coriano. “Il caso ha voluto che uno degli educatori di quel centro fosse stato in Libano di recente – spiega Laura Milani di Operazione Colomba –. Aveva conosciuto A. e la sua famiglia, ora si ritrovano in Italia. È un bene: si tratta di una relazione di fiducia già in essere, costruita con la condivisione delle paure e dei rischi che viviamo, ogni giorni, tra le tende del campo di Tel Abbas”.

“Giovedì andrò con loro in questura per i permessi di soggiorno – spiega Max –. Poi, per tutti ci occuperemo dell’iscrizione a scuola e per le lezioni di italiano. Quando il capofamiglia sarà pronto, lo aiuteremo a trovare un lavoro. L’obiettivo è che tra un anno, un anno e mezzo siano autonomi. Di certo ci sono un sacco di cosa da fare, ma nulla di impossibile, se si collabora. Speriamo in un contagio: sarebbe bello se quanto abbiamo fatto potesse ripetersi in altri paesi e città italiane”. (Ambra Notari)

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