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Praticare l'arte e liberare emozioni: i richiedenti asilo dipingono nel Closlieu di Riola

Dieci ragazzi provenienti da diversi Paesi dell’Africa e dal Pakistan accolti nei Comuni dell’Appennino bolognese in strutture gestite da Lai-momo dipingono in uno spazio di libera espressione artistica. Obiettivo? Dare loro la possibilità di gestire le emozioni, equilibrarsi e rafforzarsi

17 febbraio 2017

Il Closlieu di Riola
Closlieu di Riola

BOLOGNA – Uno spazio protetto di libera espressione artistica rivolto a richiedenti asilo. È il Closlieu di Riola, frazione di Grizzana Morandi nel bolognese, condotto da Juliane Wedell, operatrice della cooperativa Lai-momo, insieme allo psicologo Paolo Ballarin. Attivo da novembre 2016, il Closlieu accoglie una volta alla settimana una decina di ragazzi pakistani e africani accolti nelle strutture gestite da Lai-momo a Riola ma anche a Vergato, Castel d’Aiano, Granaglione, Lizzano (Unione comuni Appennino bolognese). Obiettivo? Sostegno psicologico per i ragazzi e dare loro la possibilità di sbloccarsi, di gestire le proprie emozioni, di equilibrarsi e rafforzarsi. “L’attività non è art therapy anche se ha un effetto terapeutico. I partecipanti mettono da parte il mondo esterno e le preoccupazioni ed entrano in una dimensione positiva, quella della libera espressione artistica”. 

Closlieu di Riola 2

Il Closlieu è stato ideato da Arno Stern, fondatore della teoria della formulazione, che lavorando con gli orfani di guerra a Parigi nel secondo Dopoguerra, ha compreso l’importanza per i bambini di dipingere giocando e ha creato per loro un allestimento particolare, una stanza in cui esperimere la propria creatività, in cui dipingere senza inibizioni. In questo modo Stern ha dato vita all’educazione creatrice, una teoria che si oppone a tutto ciò che è condizionamento e dipendenza e promuove l’autonomia della persona, legando lo sviluppo personale all’esperienza sociale. Nel Closlieu si ha la possibilità di realizzarsi tra gli altri e non contro gli altri, con consegeuenze a lungo termine sulla vita di tutti i giorni. Juliane Wedell si è formato a Vienna con lo stesso Stern e ha riproposto il Closlieu ai richiedenti asilo. Tra loro c’è chi è restio a prendere il pennello e chi inizia subito con grande serietà, tra i dipinti ci sono case, animali, elementi naturali, il proprio nome. 

- La stanza in cui si svolge il laboratorio è rivestita da pannelli su cui sono fissati fogli per disegnare. Al centro c’è un tavolo con 18 barattoli di colore e 3 diversi pennelli per colore. “Nel Closlieu si dipinge in totale libertà e seguendo i propri tempi, in piedi e con un rituale preciso: tenere con cura il pennello, utilizzare un solo colore per volta, non giudicare il proprio dipinto o quello degli altri. Così si dà spazio alla propria espressione artistica, liberi da giudizi e competizioni, con la spensieratezza di un gioco e la serietà di un lavoro”. Il gioco viene condotto dal Practicien, in questo caso Juliane, che non giudica, non insegna e non interpreta ma favorisce l’espressione artistica: gira per la stanza, incoraggiando, sistemando i pennelli e controllando acqua e colori. Il suo obiettivo è consolidare il laboratorio e, magari, aprirlo alla comunità locale per condividere l’esperienza tra nuovi arrivati e residenti. (lp)

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