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"Con la grazia di Dio", un film documentario sulla storia di Sadi

A Palermo la prima del film degli austriaci Hochleitner e McLeish: il viaggio di una giovanissima del Gambia che passa il deserto e il mare fino all’accoglienza in Sicilia. Uno dei registi: “Un lavoro che cerca di aprire una finestra sulla realtà, anche se non può dare soluzioni"

04 marzo 2017

PALERMO - Il percorso di vita della giovane Sadi, ragazza gambiana tenace e forte che fugge dal suo Paese, attraversando il deserto e i pericoli di ogni tipo, fino alla rischiosa traversata in mare che le farà raggiungere finalmente la costa italiana di Augusta (Siracusa) nel 2014. Di questo parla il film "Con la grazia di Dio/With God's grace (Insha- Allah)” degli austriaci Gabriele Hochleitner e Timothy McLeish proiettato ieri nella sua prima italiana al cinema De Seta dei Cantieri culturali della Zisa del capoluogo siciliano.
 
Un evento promosso dall'assessorato alla Cultura di Palermo nell'ambito delle iniziative della Biennale Arcipelago Mediterraneo BAM e di “Cinema e Mediterraneo” in collaborazione con Institut francais, Goethe Istitute e SudTitles Palermo. Il film, girato per 6 mesi a Palermo e anche in Gambia, è stato finanziato dai fondi pubblici austriaci dove è entrato nel circuito cinematografico di Salisburgo. Un'altra tappa siciliana sarà il suo inserimento all'interno del festival delle culture di Palermo in programma per il mese di maggio. In Italia altre proiezioni si inseriranno nel circuito dei Goethe Istitut. 
  
Sadi viene da un mondo diverso. Rimasta a vivere con la sua matrigna dopo la morte del padre, all'età di 17 anni, scappa giovanissima da chi per ben due volte voleva costringerla alla mutilazione genitale (infibulazione) in Gambia. Sei mesi più tardi, avendo intrapreso la strada del 'Back Way', sopravvissuta al deserto del Sahara e alla violenta guerra civile in Libia decide di affrontare l'attraversata del mediterraneo in barca che la fa arrivare in Sicilia insieme a molti altri profughi. Dopo essere stata accolta a Siracusa, arriva a Palermo dove viene ospitata per lungo tempo nel centro San Carlo della Caritas il tempo necessario a potere ottenere i documenti che le permetteranno poi di partire per la Germania. Durante la sua permanenza a Palermo, Sadi ha dato una mano al centro diocesano di accoglienza facendo la cuoca di cibi africani per tutti gli immigrati accolti. 
 
Il documentario è un susseguirsi di immagini a volte cariche di silenzi che ritraggono Sadi, dallo sguardo intenso e melanconico, nel suo vissuto quotidiano della sua piccola camera del centro di accoglienza siciliano. Il film tenta di capire la sua anima africana, a volte aperta, a volte chiusa, cercando di aprire una finestra culturale su una realtà che spesso si conosce poco se non per pregiudizi o luoghi comuni: il percorso di vita di una ragazza africana carico di sofferenza patita prima di arrivare in Italia ma anche di sogni e desideri tipiche di una ragazza della sua età. 
 
Nel film si compenetrano armonicamente le immagini di Palermo e quelle del Gambia. Tra le finalità del documentario c'è anche il desiderio di aprire una riflessione sulla pratica della mutilazione genitale femminile forzata delle donne africane a partire in alcuni casi già dai 10 anni di età. In Gambia, nel film infatti, vengono intervistate alcune donne africane che nel tempo avendo avuto il coraggio di ribellarsi a questa pratica sono diventate attiviste di movimenti femminili che coraggiosamente la contrastano. "Nel mio Paese ci si sposa anche a 13 anni e ci sono forti tradizioni da seguire - racconta Sadi nel film - e non ti puoi rifiutare. Se decidi di farlo devi scappare".
 
Il viaggio di Sadi è ricco di momenti molto sofferti e difficili come la pericolosa attraversata del deserto e i forti pericoli della permanenza in Libia terra di guerra civile e di violenze di ogni tipo. "Anche io alla fine, senza sapere cosa mi aspettasse, ho attraversato il mare in un barca con 450 persone ed è stato terribile - dice nel film -. Appena arrivata pensavo di avere una vita migliore". Il percorso della ragazza è stato però più fortunato di quello di molte sue coetanee perché oggi Sadi è in Germania e vive con il suo compagno da cui ha avuto un figlio. 
 
"Il titolo scelto ha un significato profondo - afferma Gabriele Hochleitner - perché parlando con Sadi mi sono resa conto che gli africani musulmani danno sempre un senso alto a ciò che fanno e dicono affidandosi sempre fortemente a loro Dio con l'espressione 'Insha- Allah' a cui offrono il loro futuro. Girando questo film ho imparato molte cose. Credo che il messaggio che emerge non è uno solo ma sono più messaggi. E' molto difficile entrare in questo mondo africano per una lingua, una cultura, una mentalità e un modo di pensare diversi dalla nostra e poco conosciuti da noi europei. Mi sono chiesta sempre, fino alla fine della produzione, se avessi capito veramente la realtà che avevo davanti perché possiamo avere soltanto la nostra interpretazione della verità che ci viene narrata. Per noi europei molto razionali certe cose possono apparire distanti perché siamo abituati a cercare di volere capire e avere le risposte su tutto quello che ci interessa. Nel mondo africano è tutto molto diverso".
 
Il docu-film è stato apprezzato molto in Austria perché ha fatto luce su un fenomeno che in pochi ancora conoscono. "Abbiamo fatto la prima del film in Austria - continua Gabriele Hochleitner - l'anno scorso facendolo entrare nel circuito del cinema di Salisburgo. E' stato molto interessante perché per gli austriaci questo tema è molto nuovo perché conoscono poco la realtà rispetto a voi italiani". Tra le finalità di questo film c'è proprio l'intenzione di fare capire una realtà partendo proprio dalla storia di una giovanissima africana che come tante altre decide coraggiosamente di provare a migliorare la sua vita raggiungendo l'Europa.
 
"Alcuni paesi oggi chiudono le porte all'accoglienza perché non vivono come voi direttamente queste esperienze che affrontate ormai da tanti anni - conclude l'artista -. Per l'Austria e anche per la Germania ad esempio sono realtà ancora nuove che andrebbero conosciute sempre meglio. Un film di questo tipo può, certamente, cercare di aprire una finestra sulla realtà anche se non può dare soluzioni ma soltanto spingere il pubblico a riflettere sul fenomeno dell'immigrazione anche a partire dalla storia di vita di questa giovane immigrata africana". (set)
 

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