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8 marzo. Lina Khalifeh, la donna che insegna l’autodifesa in Medio Oriente

Giordana, 30 anni, ex campionessa di Taek Won Do, Lina ha fondato “She Fighter”, la prima palestra per l’autodifesa delle donne in Medio Oriente. Il suo obiettivo? Combattere la violenza di genere e rendere le donne sicure di sé. Sono 12 mila quelle formate, tra cui l’attrice Emma Watson. “Per cambiare la società bisogna cambiare se stesse”

08 marzo 2017

BOLOGNA - “Ero all’università quando un’amica è arrivata a lezione con il viso coperto di lividi. Ho scoperto che il padre e il fratello la picchiavano. Io le ho detto ‘devi fare qualcosa’ e lei ha risposto ‘siamo donne, non possiamo fare niente’. È stato allora che ho deciso di insegnare alle donne come difendersi da diversi tipi di violenza, come far sentire la propria voce, diventare leader e cambiare il mondo”. Era il 2010 quando Lina Khalifeh, ex campionessa di Taek Won Do (è cintura nera, terzo dan) ha iniziato a tenere corsi di autodifesa nella cantina di casa ad Amman, in Giordania. Due anni dopo ha aperto “She Fighter”, la prima palestra per l’autodifesa delle donne del Medio Oriente. “Mi dicevano di lasciar perdere, che non avrebbe funzionato. Ma ho ricevuto il sostegno di così tante persone e sono state così tante le donne che si sono iscritte ai nostri corsi che nel 2014 ci siamo dovute spostare in un locale tre volte più grande”, ha raccontato Lina Khalifeh, che oggi ha 30 anni, nell’incontro tenutosi al Tpo di Bologna, una delle 4 tappe italiane (le altre sono state a Pisa, Roma e Padova) del suo tour insieme a Ya Basta e Un ponte per.

Lina Khalifeh
Migranti. Lina Khalifeh

Dal 2012 a oggi sono 12 mila le donne che hanno seguito i corsi di “She Fighter”, circa 2 mila le rifugiate coinvolte grazie a Un Ponte per, ong presente in Giordania da 10 anni con progetti di sostegno, protezione e assistenza legale alle donne giordane, siriane e palestinesi. “Anche l’attrice Emma Watson, grande femminista che crede nel potere delle donne, ha seguito il nostro training in Canada alla One Young World Forum”. Nel 2015 Khalifeh è stata invitata alla Casa Bianca dall’allora Presidente degli Stati Uniti Barack Obama che ha elogiato l’impegno per rendere la sua società un posto migliore per le bambine e le donne, nel 2016 a Dubai le è stato assegnato il Premio Naseba come miglior imprenditrice dell’anno e ha vinto il Premio Women in Business Global Award delle Nazioni Unite a Ginevra. “Ho subito atti di bullismo da piccola, ho visto tanta violenza intorno a me e verso le donne e ho deciso da fare qualcosa, ma ci sono voluti questi riconoscimenti globali perché anche nel mio Paese iniziassero a pensare che stavo facendo qualcosa di buono”. Dopo aver aperto diversi centri in Giordania, Khalifeh vuole portare “She Fighter” in altri Paesi, come l’Arabia Saudita. “Può sembrare folle, ma ne hanno bisogno”.

Lina Khalifeh durante un workshop
Migranti. Lina Khalifeh durante un workshop

Lina Khalifeh dice di essere stata “una bambina problematica”. Il motivo? “Volevo sempre lottare con i maschi, volevo dimostrare di essere forte come loro e che potevo fare le loro stesse cose”. Quando aveva 5 anni, i genitori l’hanno iscritta ai corsi di Taek Won Do. Era brava e a 14 ha iniziato a gareggiare, ha rappresentato la Giordania in competizioni nazionali e internazionali e vinto 20 medaglie. Ha seguito anche corsi di kung fu, boxe e kick boxing. “Per cambiare la società bisogna cambiare se stesse, ma spesso sono le stesse donne a non voler uscire dalla ‘comfort zone’, preferiscono essere dipendenti dagli uomini, si trovano un marito perché è più facile che provare a diventare indipendenti – ha spiegato Khalifeh –. D’altra parte, gli uomini sono al potere da sempre, controllano tutto e non accettano che le donne possano assumere posizioni di leadership”. Lo ha scoperto lei stessa quando è stata denunciata da un uomo perché la moglie, che frequentava “She Fighter”, aveva utilizzato le tecniche di autodifesa a casa, o quando il padre di una ragazza che seguiva i suoi corsi l’ha minacciata di far chiudere la palestra se la figlia avesse continuato. “Nel primo caso ho assunto a mia volta un avvocato e l’uomo che mi aveva denunciata ha ritirato le accuse, nel secondo ho parlato a lungo con quel padre e ora ci sostiene. È importante far capire alle persone cosa stiamo facendo, parlando con loro”.

Educazione + empowerment. “In molti Paesi le bambine crescono pensando di non poter fare quello che fanno i maschi e se i genitori non le motivano, cresceranno senza mai voler provare a fare qualcosa di difficile – ha detto Khalifeh – I maschi fanno quello che vogliono, provano e riprovano, sono sicuri di sé, se cadono dalla bici si rialzano e risalgono in sella, le bambine dicono di non volerlo più fare e passerà del tempo prima di tentare di nuovo. Dobbiamo convincerle che possono farcela, che sono forti come i maschi”. Khalifeh ci è riuscita con il Taek Won Do. “Ogni volta che fallivo mi mettevo davanti allo specchio e dicevo a me stessa qualcosa di bello. Ha funzionato, oggi sono sicura di me e sento di poter ispirare un gran numero di persone”, ha detto. “Bisogna motivare i bambini e le bambine da piccoli, se cadono dire loro che devono rialzarsi – continua –. Nella boxe, quando cadi, l’arbitro conta e ti dà la possibilità di rialzarti, è così anche nella vita, ti prende a cazzotti in faccia ma tu devi tirarti su e riaffrontarla. Se rimani per terra ci vorranno anni per riprendersi”. Per imparare a rialzarsi serve un training fisico e mentale, come quello che praticano da “She Fighter”.

Quando le hanno chiesto se si considera una femminista, Khalifeh ha risposto: “Cosa significa?”. E quando le hanno fatto presente che è una femminista perché lo pratica, lei ha ribattuto: “Io pensavo di fare qualcosa per cambiare la vita delle donne”. Poi ha cercato la parola “femminismo” su Google, ha chiesto, ha capito. “Ora che so cosa significa posso dire che sì, mi considero femminista anche se non è facile esserlo in Medio Oriente – ha concluso – ma mi sembra che anche in Europa non sia una parola molto apprezzata”. (lp)

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Tag: 8 marzo

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