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Fondo politiche sociali, Di Vita (M5s): raccapricciante taglio di 200 milioni

La deputata Giulia Di Vita ha presentato due interrogazioni, rispettivamente al sottosegretario Bobba e al ministro Costa, sul “caso Sicilia” e sul taglio dei fondi sociali. "Risorse insufficienti, ma questo non può giustificare il mancato utilizzo di quelle comunque stanziate e trasferite alle Regioni"

10 marzo 2017

ROMA - Sui fondi sociali, l’allerta è massima: i tagli concordati tra Stato e regioni fanno insorgere le associazioni e indignare alcuni parlamentari. Di qualche giorno fa, peraltro, una notizia che pure dovrebbe far discutere: la regione Sicilia, dove nelle ultime settimane i cittadini disabili sono scesi in piazza, a protestare contro l’assistenza, non ha avuto accesso alle risorse del Fondo non autosufficienza del 2016. Su questi aspetti, Giulia Di Vita, deputata del Movimento Cinque Stelle in Commissione Affari sociali, ha presentato due interrogazioni parlamentari, cui hanno risposto, rispettivamente, Luigi Bobba e il ministro Enrico Costa. L’abbiamo intervitata, per ricostruire, insieme a lei, un quadro il più possibile chiaro e completo di ciò che sta accadendo.

In queste ultime settimane due interrogazioni hanno messo in luce il grande "pasticcio" delle risorse per la non autosufficienza. Da un lato il caso Sicilia, con i cittadini disabili in piazza a protestare contro i tagli all'assistenza per mancanza di risorse. Dall'altro la "scoperta che la Sicilia ha mancato una partita di ben 32 milioni di Fna 2016. Insomma, le risorse ci sono o non ci sono?
Le risorse, inutile girarci attorno, non sono minimamente sufficienti. E' stato stimato da alcune associazioni del settore che il fondo nazionale per le non autosufficienze, per essere adeguato al fabbisogno reale, dovrebbe ammontare a circa un miliardo di euro. E il dato non stupisce, se si pensa che il fondo dovrebbe finanziare l'assistenza non solo ai soggetti con disabilità gravissima ma anche agli anziani non più autosufficienti. Siamo quindi addirittura sotto la metà di quanto necessario. Questo però non può giustificare in alcun modo il mancato o parziale o inefficiente utilizzo di quelle poche risorse che vengono comunque stanziate e trasferite alle Regioni. Questo è l'aspetto ancor più allarmante e che contribuisce alla disomogeneità del servizio da regione a regione. Quindi assistiamo a disparità e disuguaglianza nella garanzia del diritto di accesso a cure e assistenza, rilevato anche dal report della Corte dei Conti, che non lascia dubbi ma anzi rappresenta una forte denuncia e un invito per le istituzioni a rimediare. Ci sono così amministrazioni virtuose, che non solo impiegano correttamente i fondi ma ne stanziano di propri per migliorare l'offerta, e altre, come appunto la Sicilia, che non sono neppure in grado di ottenere i trasferimenti, seppur minimi, che lo Stato le riconosce. C'è anche da dire che i criteri di ripartizione andrebbero adeguati, come da me e i miei colleghi proposto in diverse occasioni, non solo in funzione della popolazione regionale ma proprio dell'incidenza di casi di non autosufficienza presenti in ogni regione. Ma per farlo serve ovviamente un censimento o quantomeno una stima attendibile del numero di casi, altra nota dolente nella maggior parte delle regioni italiane, specie al sud.

Cosa devono fare le regioni per ricevere le risorse del Fondo non autosufficienza?
I requisiti per accedere e quindi ottenere i trasferimenti dal fondo vengono aggiornati ogni anno. Generalmente la Regione deve presentare almeno la programmazione degli interventi che intende finanziare, per quell'anno, tramite le somme assegnate dallo Stato. Se questo documento non viene redatto, presentato e approvato (il ministero si impegna a valutarlo entro 30 giorni dalla ricezione), lo Stato non sblocca i relativi trasferimenti. Quindi le responsabilità sono tutte imputabili all'amministrazione regionale, evidentemente incapace perfino di stilare un piano annuale di attività e servizi socio-sanitari rivolti alla non autosufficienza. Questo desta grande preoccupazione perché, anche se i trasferimenti avvenissero automaticamente e non a fronte della dovuta documentazione, non si capirebbe secondo quali criteri e con che modalità verrebbero poi impiegati. Da inizio legislatura, infatti, io e i colleghi della commissione Affari Sociali abbiamo sempre presentato interventi normativi volti a inserire misure di maggior controllo e trasparenza, come ad esempio la tracciabilità dei flussi di denaro che vengono trasferiti dallo Stato alla Regione e da qui agli enti locali, che affidano poi i servizi a diversi organismi, sia pubblici che privati, nonché la pubblicazione delle attività e degli enti responsabili sui siti web istituzionali. Nel decreto per accedere ai fondi per il 2017 il governo ha, ad esempio, aggiunto tra i requisiti, oltre la programmazione degli interventi, anche la rendicontazione delle spese precedentemente affrontate. Mi pare il minimo: spiace però che non sia stato inserito direttamente nella legge di riferimento e quindi in futuro sarà nuovamente a discrezione del governo di turno.

Parliamo ora di tagli ai fondi sociali. Mercoledì, rispondendo a una Sua interrogazione, il ministro Costa ha confermato chiaramente che i tagli ci sono e la loro entità. Che conseguenze avranno?
Il taglio di oltre 200 milioni di euro al fondo per le Politiche Sociali è raccapricciante. Parliamo di uno dei fondi principali del bilancio dello Stato, il fondo che finanzia gli interventi di carattere sociale del Paese, ovvero interventi di assistenza alla persona e alle famiglie. Si tratta quindi di servizi rivolti a bambini e minori, dagli asili nido ai servizi sociali, prevenzione e recupero dalla tossicodipendenza, sostegno alle donne in condizione di fragilità (si pensi al finanziamento dei centri antiviolenza, ancora sottodimensionati rispetto al fenomeno della violenza sulle donne in Italia), assistenza sociale per gli anziani, contrasto alla povertà e all'emarginazione sociale, sostegno alla genitorialità, alla disabilità: in buona sostanza la legge quadro 328/2000, il pilastro della programmazione dei servizi di assistenza ai cittadini in difficoltà. Davanti a questa inaudita sforbiciata, ci troviamo dunque in una situazione paradossale: un governo Berlusconi che oggi si vanta di essere stato quello che ha portato il fondo politiche sociali al suo massimo storico, ovvero 1,9 miliardi di euro (ma al contempo detiene il record contrario, ovvero ha azzerato il fondo per la non autosufficienza, fortunatamente mai più accaduto) e un governo "di sinistra", che si muove nella direzione opposta. Infatti ricordo che il minimo storico del fondo è stato toccato dal governo Monti. Le ripercussioni saranno forti sugli enti locali, che già faticano a organizzare l'offerta di servizi sociali: enti locali ormai vessati da pesanti riduzioni dei trasferimenti. Non scordiamoci, uno tra tutti, il decreto per gli 80 euro di Renzi, del 2014, che ha tagliato ben 8 miliardi ai comuni.

A quanto dovrebbero ammontare, secondo voi, questi due fondi?
Il fondo per la non autosufficienza dovrebbe ammontare a circa un miliardo di euro, ma riuscire a portarlo a 600 milioni (come io stessa proposi tempo fa) sarebbe già una svolta. Riguardo il fondo per le politiche sociali, considerato che dalla sua istituzione, nel 1997, ad oggi è stato ridotto addirittura dell'80%, sarebbe dignitoso riportarlo ad almeno 800 milioni, facendo però la dovuta distinzione dal fondo di contrasto alla povertà, che deve godere di altri stanziamenti autonomi data la dimensione preoccupante che oggi la povertà ha purtroppo assunto nel Paese. Ma su questo tema si dovrebbe proprio rivoluzionare l'approccio dello Stato: l'istituzione del reddito di cittadinanza comporterebbe numerose migliorie a tutto il sistema.

Cosa intendete fare ora?
Sto per depositare una interpellanza, rivolta direttamente alla presidenza del Consiglio dei ministri e al ministero dell'economia, per ottenere stavolta una risposta più seria piuttosto della mera conferma di aver "ben ricostruito" il gioco delle tre carte del governo. Ritengo che il premier stesso debba metterci la faccia e dire chiaramente quali sono le priorità del suo governo. Non escludo che, in altre sedi, associazioni e cittadini arrivino a ricorrere nuovamente ad organi costituzionali, come già avvenuto recentemente per un altro pasticcio del governo su argomento analogo, ovvero la riforma nefasta dell'Isee. Di certo è frustrante e poco dignitoso che per aver riconosciuti dei diritti sanciti e inviolabili i cittadini debbano sempre lottare contro il governo e non essere garantiti dal loro governo. (cl)

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Tag: Giulia Di Vita, fondo politiche sociali, Fondo non autosufficienza, Non autosufficienza

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