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L’Orchestra "invisibile" dei giovani autistici affascinati dal jazz

A Cascina Rossago, nell’Oltrepò pavese, da dodici anni un gruppo di persone con autismo, operatori e musicisti si incontrano per suonare. E ogni volta accade un piccolo miracolo: si parte ognuno fuori tempo e si arriva tutti insieme all’armonia. Ma sentirli suonare non è semplice

11 marzo 2017

ROMA - “Se mi chiedi di spiegarti il jazz, amico, non lo capirai mai”. Come diceva Louis Armostrong è un genere impossibile da decifrare: improvvisato ma anche stereotipato, estemporaneo e al tempo stesso ripetitivo. Non è un caso, quindi, che sia stato scelto da una band molto particolare: l’Orchestra invisibile. Un ensemble composto da persone con autismo, musicisti e operatori sanitari, che quasi nessuno ha visto esibirsi in pubblico. Il progetto è della Cascina Rossago, nell’Oltrepò pavese, una delle esperienze pilota di farm community italiane nella cura e nella riabilitazione delle persone con disturbo dello spettro autistico. Tre casette ricavate da un casale abbandonato in cui si sperimentano attività rurali fuori dal contesto urbano. E dove si fa anche buona musica: rullanti, charleston, spazzole a batteria in mano con l’obiettivo minimo di andare a tempo insieme, divertendosi. Ne parla il numero di marzo del mensile SuperAbile Inail.

Autismo. Orchestra invisibile 3

Tutto è nato per caso. “Mi venne chiesto di tenere un piccolo concerto di jazz, all’interno della struttura, in occasione del Natale - spiega Pierluigi Politi, professore di psichiatria dell’Università degli studi di Pavia e ideatore del progetto -. Tra il pubblico c’erano ragazzi con problemi comportamentali di non poco conto, che rimasero completamenti attenti alla musica. Affascinati. Allora proposi di organizzare qualcosa di musicale un pomeriggio a settimana, il venerdì. E così, da allora sono quasi dodici anni che suoniamo sempre con musicisti diversi. Si sono alternate ormai quattro generazioni di invisibili”.

La maggior parte dei giovani ha una diagnosi di autismo grave: si tratta di persone cosiddette "non verbali", che cioè non parlano ma riescono, invece, a esprimersi bene attraverso la musica. “Non si tratta di un laboratorio di musicoterapia - sottolinea ancora Politi -; noi suoniamo soprattutto per divertirci. Facciamo delle vere e proprie jam session”. Il cuore dell’esperienza sta proprio qui: “Una condizione come quella dell’autismo nella concezione comune dovrebbe vedere le persone isolate, non interattive né in grado di andare a tempo - aggiunge il professore -. Ma tutti i 25 membri del gruppo riescono a seguire il ritmo, a divertirsi e a improvvisare. Cioè a rompere quegli schemi stereotipati che sono costitutivi della patologia di cui soffrono. E in questo la musica aiuta molto: saremmo portati a pensare all’autismo come a un Bolero di Ravel, invece facciamo jazz. Un genere che ben si presta, su un versante, a rispettare la sameness autistica, l’esigenza di una routine immutabile e di ripetitività, attraverso l’adozione degli standard. Su un altro versante, però, il jazz è musica di libertà assoluta attraverso l’improvvisazione. Si tratta di una formula che giova particolarmente alle persone autistiche le quali, seppur ancorate alle strutture armoniche, imparano anche ad allontanarsene, almeno temporaneamente”.

BOX E così ogni fine settimana accade "un piccolo miracolo": si inizia in genere dispersi, stonati e fuori tempo, ma alla fine dell’ora e mezza i ritmi sono sincroni, e a questo punto ogni tipo di comunicazione verbale risulta superflua. Ma se suonare insieme non è più un problema, più difficile è esibirsi davanti a un pubblico. Per questo l’orchestra si è autodefinita "invisibile". All’inizio, infatti, i componenti suonavano solo tra loro all’interno di un laboratorio sulla comunicazione non verbale. Le persone con autismo, dai 22 ai 52 anni, venivano affiancate da musicisti di professione, studenti di corsi di laurea in medicina o educatori professionali. Dopo una prima fase di avvicinamento reciproco, gli organizzatori hanno provato a fare il salto con l’esibizione davanti a un pubblico molto ristretto. Ma per non turbare troppo i ragazzi si è cercato un escamotage che li facesse vedere, nascondendoli. “Inizialmente avevano timore per le situazioni pubbliche - spiega Paolo Orsi, responsabile della Cascina Rossago -. Alcuni di loro hanno problemi gravi sul versante comportamentale per cui non sono in grado di affrontare platee numerose”. Per ovviare, quindi, sono state sperimentate soluzioni differenti. Come quella di un pannello semi trasparente, ideato e realizzato da un architetto, papà di uno dei giovani autistici: così loro si sentivano protetti dalla struttura, ma gli spettatori potevano vederli lo stesso. “Abbiamo anche suonato in un teatro a Torino in penombra e poi una volta a Tortona, ma con un pubblico amico. Alla fine uno dei ragazzi che si esprime con la comunicazione facilitata ha scritto che voleva ancora applausi - aggiunge Politi -. E allora abbiamo scoperto che se manteniamo la struttura dell’orchestra, che è un cerchio chiuso in cui tutti noi ci guardiamo, possiamo anche affrontare il pubblico. Ma lo facciamo solo un paio di volte l’anno, perché è un’esperienza che va preparata ed è spesso faticosa”.

In questi anni l’esperienza dell’Orchestra invisibile ha prodotto anche dei miglioramenti in persone con una forma di autismo severa, soprattutto per quanto riguarda la comunicazione e la socializzazione. “Pur considerando con cautela questi dati, in ragione della mancanza di una randomizzazione iniziale e dell’assenza di un gruppo di controllo - conclude Politi -, i 13 soggetti che hanno partecipato stabilmente al progetto sono andati incontro a modesti ma costanti miglioramenti nell’arco del tempo. Ma quello che è più importante è che c’è stato un avvicinamento reciproco: noi ci siamo accorti delle loro ricchezze, dei loro talenti sepolti, e loro sono stati messi in grado di farli emergere, in una serie di momenti di insieme, di condivisione”. Tutto il resto è jazz.

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Tag: musicoterapia, Disabilità, Autismo

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