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Migranti, se l'accoglienza divide (come una faglia) la comunità

Gente di Lato

Il progetto della parrocchia spiegato ai residenti crea perplessità ma anche solidarietà. E il parroco, come l’arbitro sul ring, spiega perchè una comunità cristiana non può non fare l’esperienza della carità

21 marzo 2017 dal blog Gente di Lato il blog di Oliviero Motta

- Il salone è molto ampio, a occhio e croce un antico fienile ristrutturato per fungere da sala della comunità. Insomma, questa sera c’è posto per tutti. In programma l’incontro dei fedeli della parrocchia per illustrare il progetto di accoglienza di richiedenti asilo che il parroco e il consiglio pastorale hanno deciso di realizzare. Ci capita spesso, in questi mesi. Io e Luca cominciamo ad assomigliare a una compagnia di giro; il programma in cartellone è infatti più o meno sempre lo stesso: cause e morfologia delle migrazioni, politiche e sistemi d’accoglienza in Italia, la proposta dell’accoglienza diffusa di Caritas, aspetti pratici e organizzativi. Poi dibattito e domande di chiarimento; via libera anche ai dubbi e alle incertezze che queste proposte generano pur nel vivo degli ambienti ecclesiali. Perché ci sono, eccome, le paure e le perplessità. Anche se l’invito ad aprire le porte è disceso direttamente dal Papa.

E infatti questa sera ne abbiamo la prova tangibile. Dopo aver fatto la nostra parte, viene data la parola ai numerosi presenti. Gli interventi non si fanno attendere e velocemente ci rivelano la composita geografia della comunità; anzi, ci mettono davanti agli occhi la faglia che divide nettamente in due la parrocchia. Da una parte chi non ne vuol proprio sapere di concedere un appartamento a quattro giovani provenienti dalla Costa d’Avorio; le obiezioni sono le più diverse, spesso contraddittorie, ma pressoché tutte travestite da osservazioni tecnico-pratiche o procedurali: l’inadeguatezza dell’immobile (troppo isolato per alcuni, troppo a ridosso delle abitazioni per altri), il genere maschile degli ospiti – perché un conto sono le donne, si sa, un altro i giovani maschi (chiedere ai barricaderi di Goro) – la non democraticità della decisione, ormai presa dal consiglio e cioè “da una minoranza della comunità”. Insomma, gli “animal spirits” si aggirano nell’aria, ma non si scatenano apertamente; cercano piuttosto vie oblique e a pelo d’acqua per rallentare la marcia comune. Melina. Torello. Catenaccio. Dall’altra parte coloro che invece credono sia sacrosanto mettere a disposizione un immobile per questa causa; tutti impegnati, però, a non rispondere alle sottintese provocazioni, a trattenere i pochi che vorrebbero incrociare le lame della discussione aperta, anche correndo il rischio che qualcuno, alla fine, la butti in rissa, fosse pure a parole.

E così il non verbale, visto dal tavolo dei relatori, risulta davvero impressionante e parla molto di più dei numerosi interventi che si succedono. Sembra di stare appoggiati alle corde di un ring, dentro il quale i pugili danno vita a un prolungato balletto e a un continuo fronteggiarsi, senza mai incrociare apertamente i guantoni.

L’incontro, promosso per prepararsi assieme all’avvio dell’accoglienza, rischia invece ad ogni intervento di trasformarsi in una deprimente imitazione delle peggiori trasmissioni televisive. Ma i freni inibitori hanno la meglio. Alla fine, come da tradizione che si rispetti, prende la parola il parroco che con grande tranquillità pone davanti a tutti tre semplici verità: una comunità cristiana non può non fare catechesi ai più piccoli; una comunità cristiana non può non celebrare la comunione della mensa comune; una comunità cristiana non può non vivere i valori e fare l’esperienza dell’accoglienza e della carità. Punto. Semplice, diretto. L’arbitro, decisamente non imparziale, ha mandato tutti ai propri angoli e ha dichiarato la fine dell’incontro. L’accoglienza si farà. In una comunità divisa a metà.

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