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Calamità, gli psicologi volontari che arrivano quando tutto sembra perduto

Promosso dalla Sipem Sos ed altri soggetti, con il supporto del CSV del Friuli Venezia Giulia, un progetto affronta a Trieste il tema del volontariato professionale nelle emergenze: competenza e flessibilità per aiutare a ritrovare il senso della propria vita

30 marzo 2017

TRIESTE - La psicologia dell'emergenza si occupa delle catastrofi che accadono "dentro le persone" quando accadono i disastri "fuori"; si occupa del crollo, della perdita di senso che le persone possono incontrare quando inaspettatamente, improvvisamente perdono qualcosa di prezioso che fino a quel momento davano per scontato. Succede nei terremoti, nelle alluvioni e in tutte le altre calamità dove la medesima sorte è condivisa da ampi gruppi di persone o intere popolazioni. Succede anche negli attentati, o negli incidenti che riguardano solo uno o pochi individui, che possono perdere un familiare o l'intera famiglia, un amico, la salute, l'autonomia e la fiducia nel fatto che una vita significativa possa riavviarsi.

- È sulla risposta da dare in queste situazioni che si basa il progetto di promozione del volontariato professionale nelle emergenze “Pronto sono qui”, un ciclo di tre incontri a Trieste (due da un’intera giornata) iniziato il 9 e 10 marzo e che arriverà a conclusione il 7 aprile. Il progetto è portato avanti dall’associazione Sipem Sos (Società italiana psicologia dell'emergenza) del Friuli Venezia Giulia in collaborazione con il dipartimento di Scienze della vita dell'Università di Trieste, la Comunità di San Martino al Campo, la Fondazione Luchetta Ota D'Angelo Hrovatin, con il patrocinio di Asuits (Azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste) e grazie al sostegno del CSV del Friuli Venezia Giulia.

“L'intervento psicologico – spiega lo psicologo Luca Pezzullo, esperto nelle emergenze di protezione civile – non può restituire quello che le persone hanno perso; ma può fornire occasioni, premesse per la ricostruzione della capacità di anticipare e costruire il futuro, del proprio senso di integrità e dignità. E questo avviene in molti modi, anche aiutando il sistema del soccorso a leggere le implicazioni psicologiche di tante piccole scelte logistiche o tecniche. Ad esempio, in una tendopoli, suggerendo di collocare le persone più anziane nelle tende vicine ai servizi igienici, in modo tale che possano andarvi in maniera più riservata e meno pubblica.”

Secondo Pezzullo è inoltre fondamentale saper incontrare le vittime riconoscendo loro di essere, o di poter essere, non solo “vittime” ma anche soccorritori per se stesse e per gli altri, al fine di riconoscere loro la dignità e il potere di fare qualcosa per uscire dalla situazione. “L'intervento psicologico – aggiunge – può aiutare anche gli operatori dell'emergenza a comprendere le situazioni per intervenire in modo più efficace, ma soprattutto a trovare un necessario momento per sé, per rielaborare l’accaduto”.

Un tema fondamentale trattato durante gli incontri è quello delle competenze richieste agli psicologi volontari in emergenza, ad esempio in un intervento post-terremoto. Tra esse c’è quella di essere adeguatamente preparati ed equipaggiati (di essere innanzitutto volontari di protezione civile); quindi di essere in grado di fare un'analisi accurata dei bisogni delle comunità colpite e delle singole persone (i bisogni più urgenti non sono sempre scontati); di saper utilizzare in modo flessibile gli strumenti professionali caratteristici degli interventi in emergenza (lasciando "a casa" gli strumenti tipici del lavoro psicologico, ad esempio il setting della psicoterapia classica); di conoscere l'organizzazione dei soccorsi e di sapere lavorare in équipe.

È richiesto soprattutto di saper stare accanto alle persone, di accogliere il silenzio, di usare gli strumenti psicologici per comprendere e dare prospettiva sulla situazione, più che per il mero "ridurre sintomi". “Quando una persona ha perso tutto e ha un ‘basso tono dell'umore’ – è stato sottolineato – non è necessariamente ‘depressa’, è comprensibilmente triste; non è necessariamente ‘ansiosa’ o ‘iperattiva’, è comprensibilmente in pressione o orientata a ricostruire. Quando una persona, ad esempio in una tendopoli da 20 persone di cui 18 sconosciute, non dorme bene, non necessariamente ha un ‘insonnia sintomatica da stress post-traumatico’, potrebbe essere che la branda è scomoda o che qualcuno russa rumorosamente. In emergenza, la sofferenza non è sempre una malattia”. (Manuela Patella)

© Copyright Redattore Sociale

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