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“Per la Turchia Del Grande è una persona scomoda. Speriamo torni presto”

Marco Cesario, giornalista e scrittore, si schiera al fianco del documentarista fermato in Turchia: “È stato il primo a porre l’accento sulla più grande tragedia del secolo: la sua testimonianza è molto importante. La Turchia? Il Paese sta lentamente scivolando verso la dittatura”

14 aprile 2017

PARIGI – “Ho sentito Gabriele diverse volte telefonicamente, ma non ho mai avuto il piacere di incontrarlo dal vivo. Il suo blog Fortress Europe è una pietra miliare dal punto di vista giornalistico e documentario sullo studio e sulla tragedia dei naufragi del Mediterraneo: Gabriele è stato il primo a porre l’accento sulla più grande tragedia del XXI secolo, anche per questo la sua testimonianza è molto importante”. Marco Cesario, giornalista e scrittore, si schiera al fianco di Gabriele Del Grande, giornalista e regista fermato il 10 aprile dalle autorità turche ad Hatay, provincia sud-orientale al confine con la Siria. Era lì per lavorare al suo nuovo progetto “Un partigiano mi disse”, un libro sulla guerra in Siria e la nascita dell’Isis. 

Che idea si è fatto di questa vicenda?
È una vicenda fosca, come del resto lo sono tutte quelle in cui si trovano implicati operatori dell’informazione che cercano di portare luce nelle zone oscure di non diritto dei confini turco-siriani. Non solo: Amnesty International ha raccolto in un rapporto le testimonianze di numerosi siriani in Turchia, vittime di rimpatri forzati, illegali secondo la legge turca, europea e anche internazionale. È una zona di non diritto in cui la polizia turca di frontiera spara anche contro donne e bambini siriani in fuga, dove i migranti vengono ammassati in campi in condizioni disumane. Tutto questo, va detto, con il benestare dell’Unione europea che ha concesso 3 miliardi di euro alla Turchia pur di per fermare l’arrivo dei migranti. Dal mio punto di vista, quest’accordo, oltre che vergognoso, è stato anche un flop. Secondo l’Unhcr infatti quasi 13 mila persone sono trattenute nei cosiddetti hotspot sulle isole di Samo, Lesbo e Chio in attesa di essere eventualmente rimandate in Turchia, un Paese che, però, non è in grado di garantire i diritti fondamentali ai rifugiati. 

Lei ha scritto un libro: “Sansur: censura. Giornalismo in Turchia”. Pensa che ci siano delle motivazioni particolari dietro questo fermo, visti i temi di cui si occupa Del Grande?
Per il governo turco una persona come Gabriele che indaga sulle condizioni e sui fenomeni migratori in queste zone di non diritto è necessariamente una persona scomoda: non mi sorprende il fatto che le autorità turche lo abbiano trattenuto più del previsto. Il confine turco-siriano è zona off limits per diverse ragioni: innanzitutto è una zona in cui si svolge una battaglia spietata. 

Com’è oggi la situazione in Turchia?
Dall’agosto del 2016 la Turchia è ufficialmente entrata in guerra contro Daesh, in realtà la maggior parte delle operazioni militari sono effettuate contro le milizie curdo-siriane dell’Ypg, che pur bloccando l’avanzata dello Stato islamico – e liberando città come Kobane – sono considerate dal governo turco unità terroriste. A questo va aggiunto che dopo il golpe del luglio scorso, con la vicinanza del referendum costituzionale del 16 aprile e con lo stato d’emergenza la legislazione si è particolarmente irrigidita. Diversi giornalisti e operatori dell’informazione sono stati arrestati in queste zone. 

Cosa dobbiamo aspettarci?
La Turchia è un Paese che sta lentamente scivolando nella dittatura. Ricordiamo che nelle prigioni turche ci sono attualmente 134 giornalisti: una cifra paurosa, che fa di questo Stato la più grande prigione al mondo per giornalisti. Ma questo numero diventa irrisorio se si pensa alle quasi 50 mila persone arrestate in Turchia dal fallito golpe del 15 luglio scorso a oggi. Con l’avvicinarsi del referendum il ministero dell’Interno turco sta portando avanti un giro di vite anche contro le ong impegnate in progetti di cooperazione nel Paese con l’espulsione di cooperanti. In un clima del genere è molto difficile, quasi impossibile, fare una corretta informazione. Il caso di Gabriele lo dimostra: speriamo torni a casa al più presto. La vicenda dei giornalisti turchi in prigione invece, continuerà anche dopo che i riflettori dei media si saranno spenti su questo Paese, come già accaduto tante volte. Dal canto mio, e in linea con il grande lavoro di Gabriele, ripeto quello che scandiscono spesso i miei colleghi in Turchia, un mantra che è l’essenza stessa del giornalismo: “Non tacere”. (Ambra Notari)

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Tag: #iostocongabriele, #freegabriele, turchia, gabriele del grande

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