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Mamme frenate da problemi occupazionali e da un welfare carente

Rapporto “Mamme equilibriste” di Save the Children. Italia penultima in Europa per occupazione femminile. Pesano anche disparità salariali, i part-time, le riduzioni dell’orario di lavoro, i contratti precari. E molte donne, spesso sole, sono costrette a occuparsi di genitori anziani e di figli piccoli

11 maggio 2017

ROMA - Il Rapporto “Mamme equilibriste” di Save the Children restituisce un panorama, per quanto sintetico, della condizione delle mamme in Italia. L’Indice delle Madri evidenzia il divario Nord-Sud anche nelle tre aree di indicatori prese in esame per ciascuna regione: cura, lavoro e servizi per l’infanzia.
Per quanto riguarda la cura, un insieme di indicatori che mettono in corrispondenza i tassi di fecondità delle donne con la distribuzione interna del lavoro di cura del contesto familiare diviso per entrambi i partner con una occupazione, la Lombardia risulta non solo la regione più virtuosa, ma anche quella che, assieme ad Umbria (9°) e Calabria (17°) ha ottenuto un forte miglioramento dovuto soprattutto ad un abbassamento significativo dell’indice di asimmetria (distribuzione della cura e del lavoro familiare tra donne e uomini). La Sicilia, fanalino di coda della classifica generale stilata da Save the Children, mostra segni di miglioramento esclusivamente per quanto riguarda l’area della cura, per la quale occupa una posizione intermedia (12°).

- I dati sull’impiego femminile rispecchiano a grandi linee l’indice generale di Save the Children, con Trentino-Alto Adige (1°), Valle d’Aosta (2°), Emilia-Romagna (3°) e Lombardia (4°) rispettivamente alle prime posizioni; “questo mostra come anche nelle regioni dove l’occupazione femminile è in aumento – afferma Save the Children -, i territori non riescono ad essere efficaci nel colmare il divario di genere”. L’area dei servizi per l’infanzia, cioè quell’area che monitora la competitività delle regioni in base agli asili nido e ai servizi integrativi ed innovativi per la prima infanzia offerti, conferma Valle d’Aosta (1°) e Trentino-Alto Adige (2°) come migliori. “Emblematico il caso della Toscana che, rispetto alle altre due aree di indicatori, in quella dei servizi all’infanzia si posiziona tra le prime cinque regioni virtuose. L’Emilia Romagna (9°) invece, rispetto al 2016 peggiora la sua condizione sui servizi, abbassando la performance di ben tre posizioni”.

L’occupazione femminile: una criticità irrisolta. Dall’analisi di Save the Children, emerge come l’occupazione femminile rappresenti ancora una delle criticità strutturali. “Le disparità salariali, i part-time, le riduzioni dell’orario di lavoro, i contratti precari sono spesso le situazioni alle quali le donne devono adattarsi per non perdere il proprio posto nel mercato del lavoro. In questo quadro, la conseguenza più diretta è un abbassamento del livello di qualità della vita che spesso pregiudica scelte familiari e riproduttive. Inoltre, rispetto ai loro colleghi uomini, in Italia le donne vengono pagate meno, una condizione che le rende vulnerabili e a rischio di povertà”.

L’Italia infatti – ricorda Save the Children - si colloca alla 27a posizione (Ue 28), seguita solo dalla Grecia per quanto riguarda l’occupazione delle donne tra i 25 e i 49 anni. A livello mondiale, sul divario di genere, il nostro Paese si posiziona al 50° posto complessivo su 144, con una forte flessione rispetto al 2015 quando era alla 41a posizione. Un risultato negativo che riguarda soprattutto gli indicatori relativi al mercato del lavoro e alle opportunità economiche per le donne che lo vedono crollare al 117° posto.
“In Italia, le donne in questa fascia d’età sono occupate per il 57,9% contro il 77,9% di uomini della stessa età. Con l’aumentare del numero di figli, aumentano anche le possibilità di rimanere disoccupate. In Italia, si passa da un tasso occupazionale del 58,4% per le donne con un figlio (72,5% la media UE28), al 54,6% per quelle con due bambini (71% la media UE28) fino al 41,4% per quelle con tre o più figli (54,9% la media UE28). Invece gli uomini registrano tassi occupazionali rispettivamente dell’82,1%, dell’86,7% e dell’82,9%”.
Mentre la popolazione tende ad invecchiare, l’età delle neomamme aumenta in tutta Europa. L’Italia occupa il penultimo posto, seguita solo dalla Grecia, con una media di anni al parto di 31,7 contro quella europea di 30,5. In diminuzione nel nostro Paese le mamme sotto i 18 anni, che nel 2015 sono 1.739 contro le 1.981 dell’anno precedente.

Donne sole e welfare carente. “In Italia molte donne, spesso sole (anche a causa dell’aumento dei divorzi e delle separazioni), si trovano a dover sopperire ad un welfare carente e a doversi occupare di genitori anziani e di figli piccoli in un’età sempre più adulta”.
Sono circa 8 milioni, infatti, le madri tra i 25 e i 64 anni che convivono con figli under 15 o tra i 16 e i 25 anniancora economicamente dipendenti. Le incombenze della cura familiare si concentrano maggiormente sulle mamme con il figlio più piccolo sotto i 5 anni (2,7 milioni), su quelle con il figlio più piccolo tra i 6 e gli 11 anni (2 milioni) e su quelle con il figlio più piccolo oltre i 12 anni (3,2 milioni); anche se le maggiori criticità relative al carico di cura pesano soprattutto sulle mamme con tre o più figli (646 mila) e su quelle con due figli dei quali quello più piccolo è sotto i 5 anni (1,1 milioni). “Se si sommano a questi dati quelli sulla cura di persone anziane, il risultato è allarmante: la media complessiva del lavoro di cura di bambini 0-4 anni e anziani over 80 che grava sulle donne in Italia tra i 15 e i 64 anni è del 33,8% e aumenterà nel 2036 arrivando al 46,2% (a meno che, come è auspicabile, non si rafforzi nel frattempo la rete di welfare e cambi in modo significativo la distribuzione dei carichi di cura tra donne e uomini)”.

Un trend, quello del carico della cura familiare, che passa di donna in donna come una staffetta obbligata e viene chiamato global care chain (catena della cura globale) e che vede le donne come caregivers, siano esse componenti della famiglia oppure no. “Le donne italiane, a causa del loro ingresso nel mondo del lavoro e del mancato welfare a loro supporto, sono costrette a delegare altre donne spesso provenienti da Paesi economicamente meno avanzati, la cura di figli ed anziani. Queste stesse donne, sono costrette a lasciare la propria famiglia nel Paese di provenienza e a delegare a loro volta altre donne all’accudimento dei bambini o degli anziani”.

Politiche, buone pratiche e raccomandazioni. In Ue i padri tendono ad usufruire del congedo parentale ancora poco con medie che vanno dal 20% al 30% (in Italia si arriva al 10%). In Germania la parental allawance ha permesso al 34% dei padri tedeschi di passare a casa in media 3,1 mesi nei primi anni di vita del figlio. In Italia il congedo di paternità prevede solo due giorni di congedo obbligatorio più altri due facoltativi. “Con la Legge di Bilancio del 2017 è previsto un ulteriore giorno di congedo retribuito al 100%, ma molto va ancora fatto per incentivare il ruolo degli uomini nel lavoro di cura, a partire dallo sviluppo di un forte impegno a livello culturale e legislativo per aumentare il coinvolgimento dei padri nel lavoro familiare”.
Il part time, spesso unica alternativa per le donne occupate che decidono di mettere al mondo un figlio, presenta alcuni aspetti negativi. “Infatti, mentre da una parte garantisce la possibilità di prendersi cura dei figli, dall’altra, limita la crescita professionale relegando spesso le donne a ruoli marginali o più bassi rispetto agli uomini”, si evidenzia. In Italia, più di una donna su 3 (34,6%) ne usufruisce, contro una media UE-27 del 30%. Con l’aumentare del numero di figli, aumenta anche la percentuale di donne che fa ricorso a questo orario di lavoro, passando dal 36,8% delle donne con un figlio al 41,2% delle donne con due figli fino al 43,1% delle donne con tre o più figli.

Nella conciliazione tra vita e lavoro per le donne, ruolo fondamentale riveste l’accesso al nido e ai servizi di assistenza all’infanzia. “Diversi studi evidenziano come anche lo sviluppo del bambino sia strettamente legato alla frequenza dell’asilo nido. Solo 9 paesi in UE hanno raggiunto l’obiettivo del 33% di bambini sotto i 3 anni che frequentano il nido. L’Italia è di poco sopra il 27% considerando il cumulo di presenze nei nidi pubblici e in quelli privati”. Il dato che riguarda l’utenza effettiva dei soli asili pubblici in Italia è preoccupante, la media nazionale è solo del 12,9%.
“Negli ultimi anni, nel nostro Paese sono state approvate leggi a sostegno delle famiglie, che mirano a combattere le difficoltà anche economiche di chi decide di mettere al mondo un figlio. Tuttavia, il più delle volte si tratta di bonus e misure una tantum che non rafforzano la rete strutturale dei servizi”. L’Organizzazione auspica, invece, che sia garantito a tutti i bambini un servizio educativo, con la necessaria copertura dei posti e adeguati standard qualitativi. “È necessario, inoltre, sostenere il rafforzamento delle competenze femminili, intervenendo sul divario di genere ancora presente nei percorsi educativi e scolastici, per quanto riguarda in particolare le materie scientifiche, incentivando il lavoro di cura dei padri e rafforzando il sistema di tutela delle lavoratrici attraverso strumenti di conciliazione, quali flessibilità degli orari e lavoro agile. A tal fine è necessario introdurre un sistema di certificazione (family audit) per valutare le politiche aziendali, premiando con incentivi fiscali le migliori prassi che favoriscono la conciliazione tra famiglia e lavoro”.

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Tag: Save the children

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