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"Binxet", un documentario sulla guerra del popolo curdo

Realizzato dal regista Luigi D’Alife, “Binxet”, che in curdo significa “sotto il confine”, è la storia delle famiglie che vivono nei villaggi del Kurdistan lungo i 911 km di frontiera tra Turchia e Siria, schiacciate tra le violenze dell’esercito turco e dello Stato islamico

11 maggio 2017

Binxet - Documentario 1

TORINO – “Binxet” in lingua curda significa “sotto il confine”. Proprio per questo è stato scelto dal regista crotonese d’origine ma torinese d’adozione Luigi D’Alife per il suo - omonimo documentario, il primo che racconta, con immagini esclusive, la condizione del popolo curdo schiacciato tra le violenze dell’esercito turco e dello Stato islamico. “Binxet” – accompagnato dalla voce narrante di Elio Germano – è la storia delle famiglie che vivono nei villaggi del Kurdistan lungo i 911 km di frontiera tra Turchia e Siria. “A marzo 2015 ho fatto il mio primo viaggio in Turchia, a cui ne sono seguiti altri 4 tra Turchia, Siria e Iraq – spiega D’Alife –. Il più importante è stato quelle del maggio del 2015, quando io e altri attivisti torinesi abbiamo passato illegalmente il confine: eravamo diretti a Kobane. Tra fango e filo spinato, abbiamo capito cosa significa volere e riuscire a passare quella lingua di terra”. Una lingua di terra particolarmente calda, considerato che è lì che si sta combattendo buona parte della guerra di liberazione dall’Isis ed è su quei luoghi che è stato stretto l’accordo tra Unione Europea e Turchia.

“Complice l’autoritarismo di Ankara – continua il regista – mancava totalmente una narrazione di ciò che avviene in quelle terre. Per questo ho deciso di occuparmene”. È il confine il protagonista, tratteggiato attraverso le voci di chi lo vive. Come quelle dei contadini, espropriati dei loro terreni dall’esercito turco che ogni giorno avanza nel controllo del territorio. Come quella di Rosa, donna curda che, fuggita da Kobane, per 11 mesi ha vissuto in un campo profughi in Turchia, che nel suo racconto non esita a definire carcere. Rosa ha visto uno dei suoi figli – membro delle Ypg – sequestrato e poi ucciso dell’Isis, ma oggi, con i figli minori, ha fatto ritorno a Kobane e lo racconta con orgoglio, perché “sebbene qui le cose non siano facili, sono a casa”. C’è anche la storia di Beshir, un bimbo di 10 anni ucciso da un cecchino turco durante le proteste sul confine. Tra le testimonianze del film, anche l’esclusiva intervista a Riza Haltun, uno dei fondatori del Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan) che da trent’anni vive in clandestinità ed è stato raggiunto da D’Alife in un luogo protetto e segreto sulle montagne al confine tra Iraq e Iran.

Binxet - Documentario 2

Nel documentario viene affrontato anche il tema del coprifuoco imposto dal governo turco in molte città sul confine: a Cizre, per esempio (come documentato nel primo lavoro di D’Alife “Il massacro di Cizre”), o a Nusaybin, dove il coprifuoco è andato avanti 82 giorni: “Carri armati, città assediate e bombardamenti 24 ore su 24: ora quelle città non sono altro che cumuli di macerie, e oltre l’80 per cento della popolazione è scappata”. A conferma della drammaticità della situazione, “Binxet” da voce a un giornalista dell’agenzia Anha che, attraverso la testimonianza di immagini, denuncia l’uso di armi chimiche come il fosforo bianco proprio su Nusaybin, avvenuto nel maggio 2016. “Quel collega è solo uno dei tanti cronisti che si è unito alla rete ‘No more silence’, la campagna di informazione promossa dai giornalisti di frontiera che ogni giorno rischiano di morire sotto i colpi dell’esercito turco per raccontare il confine”.

Luigi D'Alife
Luigi D'Alife

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, dato sottolineato dal regista, lungo il confine turco-siriano – “dove oggi il governo turco sta costruendo un muro per impedire l’accesso ai profughi, quello stesso governo che si prende milioni di euro dall’Unione europea per l’accoglienza” – 171 persone sono state uccise dall’esercito nell’ultimo anno mentre cercavano di fuggire dall’Isis e dal regime di Assad: “Di questi 31 erano bambini. A questi numeri si aggiungono le centinaia di persone arrestate, torturate e rimpatriate in Siria dalla Turchia”. Ma “Binxet” è anche una storia di resistenza: nelle città del Rojava un gruppo di giovani ha iniziato a dipingere murales con la scritta “Ez nacim”, che significa “io non vado”: “Questi ragazzi rivendicano una loro libera scelta. Dicono: ‘non vogliamo lasciare la nostra terra, vogliamo qui la libertà”.

“Binxet” è un documentario indipendente interamente autoprodotto e distribuito da un circuito indipendente. “È la prima volta che in Italia un film esce in contemporanea sia nelle sale cinematografiche del circuito Movieday, sia in dvd, sia on demand sul portale di distribuzione Open Ddb: noi lo facciamo perché vogliamo raggiungere un pubblico più ampio possibile, perché si renda conto di quando sta succedendo in quella terra”. Proiezione in anteprima, questa sera (11 maggio) al Greenwich Village di Torino. (Ambra Notari)

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