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(Di)stanze: mostra sugli italiani espatriati, le famiglie e la tecnologia che li tiene in contatto

Grazie a un crowdfunding il fotografo Max Cavallari ha girato l’Italia per ritrarre le famiglie di chi ha lasciato il Paese per inseguire i suoi sogni all’estero, tra loro anche giovani di seconda generazione. Gli scatti in mostra a Bologna, a Palazzo d’Accursio, nell’ambito del Festival Itacá

18 maggio 2017

BOLOGNA - Chiara ha studiato arpa al Conservatorio, è originaria di Tricarico in provincia di Matera, ma ha lasciato l’Italia appena finiti gli studi. Non avendo i soldi per acquistare un’arpa (che può costare anche 40 mila euro), la madre Giuseppina si è reinventata liutaia e ha costruito per lei il suo primo strumento. Dopo Londra, il Bahrein e l’India, ora Chiara vive a Huhain in Thailandia e si mantiene con la musica. Roberta è di Napoli ma ora è a Barcellona. Dopo anni di lavoretti, la madre Vittoria le ha finanziato un viaggio di sei mesi in Spagna per inseguire i suoi sogni. Ora sta cercando lavoro. Renato è un italiano di seconda generazione, nato da una famiglia di origine straniera che vive a Roma, si è trasferito negli Stati Uniti per continuare gli studi in medicina e per mantenersi lavora in un laboratorio. Sono alcune delle storie di “(Di)stanze”, il progetto del fotografo Max Cavallari che racconta gli italiani all’estero e le famiglie che sono rimaste qui. “La metà dei miei amici non è riuscita a trovare un lavoro nel campo in cui ha studiato, ha fatto qualche esperienza in Italia e poi ha scelto di andare via – racconta Cavallari – Io non ho mai deciso di trasferirmi, anche se il pensiero l’ho fatto, ma adesso voglio provare a fare qualcosa qui. Questo progetto mescola la famiglia, molto presente nella cultura italiana, il racconto dei figli che se ne sono andati e la tecnologia che li tiene legati e permette di accorciare le distanze”. Gli scatti – che ritraggono le famiglie nella loro casa con i figli espatriati in collegamento tramite Internet – sono in mostra nella Manica lunga di Palazzo d’Accursio, a Bologna, nell’ambito del Festival Itacá dal 19 al 28 maggio.

Grazie a un crowdfunding lanciato a maggio 2016 in occasione del festival Fotografia Europea di Reggio Emilia, Cavallari ha raccolto le risorse che gli hanno permesso di girare l’Italia per un mese. Sono 50 i ritratti che ha realizzato, incontrando famiglie dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, scendendo dalla costa tirrenica e risalendo da quella adriatica. “Avevo iniziato scattando foto ai miei amici, tra Brescia e Bologna – racconta – ma poi ho pensato di allargare il progetto, perché la questione degli italiani all’estero riguarda tutto il Paese ed è trasversale a professioni, ceti sociali, provenienze geografiche e titoli di studio”. I protagonisti degli scatti si sono candidati tramite i social network, hanno compilato un form in cui raccontavano la loro storia e poi è iniziato il viaggio per incontrare le loro famiglie. “Su 50 famiglie che ho incontrato solo una non mi ha fatto entrare in casa – continua – Segno che c’è la voglia di raccontare questo allontamento necessario”. Tra le famiglie fotografate ce ne sono anche alcune di origine straniera, i cui figli, nati in Italia, hanno scelto di lasciare il Paese scelto dai genitori per costruire il proprio futuro, per cercare prospettive migliori all’estero. (lp)

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