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Al Salone del libro padre Solalinde, candidato al nobel per l’aiuto ai migranti

C’era anche padre Alejandro Solalinde all’apertura di questa trentesima edizione del Salone. Al pubblico sabaudo, il prete ha presentato la sua autobiografia “I narcos mi vogliono morto”, scritta a quattro mani con Lucia Capuzzi di Avvenire, in cui ha ripercorso l’attività del suo "Albergue"

20 maggio 2017

Moni Ovadia, padre Alex Zanotelli e padre Alejandro Solalinde
Salone del libro di Torino

TORINO - “I sequestri. Cominciarono senza che ce ne accorgessimo. Gruppi di migranti sparivano, qualcuno bisbigliava, tutto era molto confuso. Mi misi ad indagare. I conti non tornavano: era evidente che molti si perdevano per strada. Dove finivano? Muovendoci tra dicerie e false piste, con molta pazienza riuscimmo a ricostruire la macchina dei sequestri. Ero un prete: mi occupavo di teologia e psicologia. Capii che mi stavo infilando in un enorme guaio. Eppure non potevo né volevo evitarlo”.  Fu così che padre Alejandro, un umile parroco proveniente da città del Messico, mosse gli ultimi e decisivi passi per diventare ciò che da almeno un decennio è: ovvero una delle voci più autorevoli e impegnate nella difesa dei diritti umani in tutto il globo terrestre, tanto da essersi meritato la candidatura al Nobel per la pace del 2017.C’era anche lui, giovedì, all’apertura del Salone del Libro di Torino, in quello che è stato uno degli eventi più affollati di questa trentesima edizione, dedicata - con il titolo di “Oltre il confine” - ai movimenti umani e culturali nelle frontiere del mondo.


I sequestri a cui il prelato allude sono quelli dei migranti centroamericani che a centinaia, ogni giorno, si mettono in cammino da Honduras, Guatemala ed El Salvador: attraversano il Messico sui treni merci e, sempre più spesso, a piedi, per arrivare negli Stati Uniti e trovare così riparo dalla violenza delle “maras”, le gang latine (due delle quali, -la “Salvatrucha” e la “Barrio 18”, presenti anche tra Genova e Milano)  la cui attività si è fatta così virulenta da innescare un vero e proprio esodo di massa negli ultimi quindici anni: dal solo El Salvador, un stato grande all’incirca quanto la Lombardia, le partenze si attestano ormai su una media di 500 al giorno. Arrivati in Messico, però, i migranti si imbattono inevitabilmente nella violenza non meno brutale dei narcos: i cartelli della droga li sequestrano direttamente sui treni merci o nelle stazioni di sosta, torturandoli per giorni per ottenere un riscatto dai familiari, o espiantandone direttamente gli organi in un traffico macabro che l’anno scorso, nelle cittadine di El Patrocinio e Colinas de Santa Fe, ha condotto al ritrovamento di due fosse comuni con 7mila e 14mila resti umani.

“Il Messico  - ha detto Solalinde, rivolgendosi al pubblico torinese - è diventato ormai da anni una ‘narco-cleptocrazia’: la nostra è una terra di violenza, indifferenza e corruzione, la più grande fossa comune a cielo aperto di tutto il pianeta. Dovete sapere che mentre nessuno, tra le autorità, è interessato a proteggere i migranti, i boss del narcotraffico riescono tranquillamente a fuggire dalle carceri di massima sicurezza. Nel 2010, Miriam Lisbeth Gonzales Rodrigues, una donna che avevamo aiutato, trovò i resti di sua figlia in una di queste fosse, dopo averla cercata per anni. Con i suoi sforzi e il suo coraggio scoprì che nell’omicidio erano coinvolte ben 16 persone: riuscì a farne arrestare gli esecutori materiali, una piccolissima parte del gruppo, che faceva capo al cartello criminale dei ‘Los Zetas’. Lo scorso marzo gli assassini sono fuggiti dal carcere, e un mese dopo la stavano già minacciando. Miriam ha chiesto aiuto alle autorità, che non hanno fatto nulla per proteggerla, perché il nostro governo è complice, oltre che inutile. E così, alla fine l’hanno ammazzata”.

Arrivato in Italia il 6 maggio, per un giro di incontri che, lo scorso mercoledì, lo ha portato in udienza da Papa Francesco, a Torino Solalinde ha presentato “I narcosi mi vogliono morto”, libro autobiografico scritto a quattro mani con Lucia Capuzzi di Avvenire e pubblicato appena qualche giorno fa dalle Edizione missionarie italiane. Il prelato vi ha ripercorso per intero la sua vicenda umana e spirituale, dalla breve militanza giovanile nello Yunque - un movimento internazionale para-fascista da cui Solalinde si dissociò per entrare in seminario - alla costruzione dell’“Albergue”, come viene informalmente chiamata la  casa di ospitalità che il prete ha aperto nel 2007 nella cittadina di Ixtepec, una stazione di transito nel percorso ferroviario che accompagna i migranti verso gli Stati uniti. Il nome ufficiali è “Hermanos en el camino” (Fratelli in cammino) e la media di è di 20mila permanenze annue, “400 soltanto nella notte in cui aprì”, come ricorda Capuzzi nel libro. I migranti che scendono dai treni merci a Ciudad Ixtepec trovano sempre padre Alejandro ad attenderli: all’Albergue “possono fermarsi quanto desiderano - racconta oggi il prete - anche se la maggior parte di loro riprende il viaggio dopo essersi riposata appena qualche giorno”.

A “Hermanos en el camino”, i migranti possono lavare i vestiti, mangiare e soprattutto dormire su un letto comodo dopo giorni insonni, perché addormentarsi sui treni merci significa molto spesso cadere sui binari, restando mutilati o uccisi. Ma chi lo desidera può anche sporgere denuncia contro gli abusi delle autorità messicane, o segnalare la scomparsa dei propri compagni di viaggio: ed è per questo che nel 2008 Solalinde è finito nel mirino dei cartelli messicani. “Fino ad allora -. ha raccontato nel libro - i ‘Los Zetas’ per me erano stati una sigla sussurrata a bassa voce, in mezzo a racconti raccapriccianti. Poi, a febbraio, un tizio in moto - lo chiamavano ‘Reynosa’, perché veniva da quelle parti - si piazzò di fronte all’entrata dell’Albergue. Lasciò il veicolo acceso e rimase in sella ad osservarmi. Chiamò due migranti e ordinò loro di recapitarmi questo messaggio: ‘Dite a quel prete che questa notte lo ammazzerò con le mie mani’”. “Reynosa”, in realtà, avrebbe desistito all’ultimo momento, quando già aveva il dito sul grilletto della pistola puntata contro Padre Alejandro: ma da allora Solalinde ha vissuto sotto la costante minaccia dei narcotrafficanti, tanto da dover abbandonare il Messico per qualche mese, nel 2012.

Nei prossimi giorni padre Alejandro sarà a Milano, dove domenica pomeriggio dialogherà con il pubblico di “Tuttaunaltrafesta”; a Verbania, dove il giorno dopo sarà protagonista di un incontro al Teatro Maggiore; a Parma, dove il 23 maggio incontrerà i missionari Saveriani, e quindi a Vicenza dove interverrà al Festival Biblico. (ams)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: messico, droga, salone del libro

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