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"L'Isola dei giusti", storia di uomini che a Lesbo salvarono migliaia di profughi

Presentato al Salone del libro e appena uscito per le Edizioni Paoline, il libro di Daniele Biella ricostruisce le vicende di sette isolani che a Lesbo, tra il 2015 e il 2016, si impegnarono per mesi nell’assistenza ai profughi. “Volevo raccontare la 'normalità del bene', ma sono loro i nuovi Giusti della storia”

28 maggio 2017

TORINO - Emilia, Stratos, Eric, Melinda, Efi, Cristoforos, Daphne. Ovvero una nonna e un pescatore, uno scultore inglese trapiantato in Grecia, una ristoratrice. E ancora, una giovane regista, un’albergatrice, un prete ortodosso di origini americane. Sono i “giusti” a cui allude il titolo del libro che Daniele Biella - giornalista e scrittore 39enne con alle spalle un lungo lavoro sul tema delle migrazioni - ha appena pubblicato per le edizioni Paoline: “L’isola dei giusti” è la storia di ciò che, tra l'autunno del 2015 e la primavera del 2016, accadde sulle spiagge greche di Lesbo, quando migliaia di rifugiati provenienti da Siria, Iraq e Afghanistan iniziarono a percorrere le 15 miglia marine che separano le coste turche da quel primo avamposto europeo. Più che le organizzazioni umanitarie, a soccorrere i primi rivoli di quel fiume umano c’erano persone come loro, isolani che si mobilitarono portando cibo e coperte, aprendo le proprie case, informando l’opinione pubblica internazionale di quanto stava accadendo.

Attraverso le loro storie, Biella - che domenica scorsa ha presentato il volume al Salone del libro di Torino - ha ricostruito la genesi e l’esplosione del boom migratorio che nel 2015 portò migliaia di uomini, donne e bambini ad attraversare l’Isola, in direzione della rotta balcanica. A Lesbo lo scrittore è arrivato nel luglio scorso, “sull’onda emotiva della visita di Papa Francesco” racconta oggi. “Volevo cercare di capire - spiega - come nasca quella che nel libro, parafrasando Hannah Arendt, ho definito ‘la normalità del bene’: una forza che spinge la gente qualunque a fare un passo verso un oppresso, per alleviarne la pena”.

Alcuni dei protagonisti del suo libro Biella racconta di averli trovati senza alcun contatto preliminare, “semplicemente bussando alle loro porte, una volta sull’isola”. Curiosamente, sottolinea lo scrittore, qualcuno di loro era a sua volta figlio di profughi, e pare quasi che il cerchio della storia abbia simbolicamente finito per chiudersi nelle loro vicende umane. “L’ottantottenne Emilia Kamvisi, ad esempio - continua Daniele -  è figlia di genitori greci fuggiti dalla Turchia nel ’22, durante le persecuzioni scattate in seguito alla guerra d’indipendenza: è lei la celebre ‘nonna’ di Lesbo, candidata al Nobel per la pace nel 2016 e resa celebre da un fotografo che qualche mese prima l’aveva immortalata mentre allattava un piccolo siriano, frattanto che la madre recuperava le forze”. I primi profughi Emilia li aveva incontrati una mattina di parecchi mesi prima, alla fermata dell’autobus per Mytilini: “erano una decina di Siriani - continua lo scrittore - fradici e affamati, a cui aveva comprato del cibo in una panetteria. E da allora quella donna, vissuta tra stenti e povertà, non ha più smesso di prestare assistenza a quanti sbarcavano”. C’è poi Stratos, un pescatore che con la sua barca ha salvato decine di naufraghi nell’Egeo: nel 2009 aveva visto affogare un altro gruppo di migranti in quel tratto di mare (“riuscii a recuperare dieci persone - racconta nel libro - ma altrettante morirono”) e l’esodo del 2015 sembra averlo vissuto quasi come un’occasione per trovare una catarsi dagli incubi di quel giorno. “Per un po’ di tempo - ha confidato a Biella - ho smesso di prendere pesci e ho iniziato a pescare uomini. Lo facevo ogni giorno, ma sentivo di non riuscire a fermarmi”.

E ancora Cristoforos, un musicista-giramondo di origine californiana, che a Lesbo è divenuto prete ortodosso. E Daphne, la padrona dell’hotel Votsala, che è riuscita a coinvolgere anche gruppi di turisti nell’assistenza ai profughi e all’età di sessant’anni si è ritrovata sotto processo per averne trasportato alcuni in macchina dalla spiaggia di Skala Sikamias al centro di Mytilini. O Melinda, nata a Melbourne e trasferitasi sull’isola all’età di sette anni, che a Lesbo gestisce uno dei ristoranti più rinomati del porto di Molyvos, da dove negli anni ha assistito al moltiplicarsi degli arrivi: “Era dal 2010 che vedevo i profughi sbarcare  - ha raccontato a Biella - ma sempre alla spicciolata, non coi numeri tremendi del 2015: quel che accadde allora fu totalmente diverso”.

A legare tra loro queste sette storie, “insieme a migliaia d’altre sparse tra le Lesbo e le Lampedusa di tutto il mondo”, secondo Daniele Biella è un filo rosso che i greci chiamano filoxenia,  “ovvero l’amore per lo straniero - spiega lo scrittore - per chi viene da fuori”. “Si tratta di una virtù innata negli abitanti di quell’isola - chiosa Biella -, un crocevia dell’umanità posizionato nell’esatto punto d’intersezione tra oriente e occidente, che per quattromila anni è stato attraversato da Romani, Bizantini, Genovesi, Ottomani. Forse è per questo che gli abitanti di Lesbo continuano a non avere paura di andare incontro al prossimo. E sono profondamente convinto che persone come loro, oggi, siano da considerare i nuovi Giusti della storia”. (ams) 

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