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Piano demenze, ecco lo stato dell'arte a due anni dall’approvazione

Sei regioni non l’hanno ancora recepito: Abruzzo, Basilicata, Friuli-Venezia Giulia, Molise, Sardegna e Trentino Alto-Adige. “Troppe disuguaglianze. E lo stigma esiste ancora. I passi avanti fatti hanno senso solo se ne seguiranno altri”. L'analisi di Welforum.it

30 giugno 2017

ROMA – Sono 13 (oltre alla Provincia autonomia di Trento) le Regioni che, a due anni dall’approvazione, hanno deliberato il recepimento del Piano nazionale demenze: Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Toscana, la P.A. di Trento, Sicilia, Valle d’Aosta e Veneto. In un secondo momento, si sono aggiunte anche Piemonte, Umbria e Puglia. Dedica un focus al tema - a cura di Antonio Guaita - Welforum.it, Osservatorio nazionale promosso da Ars, Associazione per la ricerca sociale, secondo cui si tratta di passi importanti, ma solo se altri passi saranno compiuti.“Buona parte della possibile utilità di questo piano – spiega – sarà definito dalle norme che via via dovranno attuarne gli enunciati e avviare le azioni per la realizzazione degli obiettivi, proponendo tempi e modi per realizzarli”. 

- A sostegno di questa lettura, gli osservatori portano i dati forniti dall’Istituto superiore di sanità, grazie ai quali è possibile anche valutare lo stato di implementazione – su tutte le 20 regioni – dei Cdcd, i centri deputati alla valutazione, diagnosi e trattamento dei disturbi cognitivi e demenze, dei servizi intermedi (centri diurni) e di quelli residenziali, i tre soggetti individuati dal Piano. La prestazione migliore è quella della Lombardia, con 71 Cdcd, 276 centri diurni e 137 residenze. Il dato che colpisce di più è quello dei centri diurni: dietro la Lombardia, c’è il Veneto, che ne conta ‘solo’ 76. Il successo lombardo è in gran parte dovuto alla possibilità data alle residenze di realizzare centri diurni al loro interno. Maglia nera a Basilicata (3 Cdcd; una residenza e nessun centro diurno); Molise (3 Cdcd, una residenza e un centro diurno) e Valle d’Aosta (4 Cdcd, nessun centro diurno e una residenza). “È evidente – continuano – che la distribuzione dei servizi fra le regioni non è giustificata né in relazione alla popolazione, né al territorio”. Guardando più nel dettaglio, si evince anche che i Cdcd abbiano preso piede e si siano diffusi, nella maggior parte dei casi, con un semplice cambio di nome delle vecchie Uva, le Unità valutative Alzheimer. “Le società scientifiche, le organizzazioni dei malati e dei familiari, le associazioni di gestori di servizi, insieme con i sindacati degli anziani e degli operatori della sanità dell’assistenza hanno l’onere di stimolare e sorvegliare i soggetti coinvolti”.

Il Piano nazionale fu realizzato tra 2014 e 2015 a partire dall’individuazione di alcuni limiti allora riscontrati nelle realtà che si occupavano di demenze: servizi separati e non integrati; presenza di centri specialistici, ma anche di istituti senza una programmazione; eterogeneità delle Unità valutative Alzheimer e conseguente necessità di programmare e unificare questi servizi. Le Uva, in pratica, avrebbero dovuto diventare Centri per disturbi cognitivi e demenze (Cdcd), diventando punto di riferimento del sistema e occupandosi della presa in carico delle persone con disturbi cognitivi e/o demenza.

A fronte di queste criticità, la struttura del Piano si articola in 4 obiettivi e conseguenti azioni: primo, realizzare interventi e misure di politica sanitaria e sociosanitaria (migliorare le conoscenze attorno alle demenze del sistema di prevenzione, diagnosi e cura; sostegno alla ricerca indirizzata alla possibilità di migliorare la qualità della vita delle persone, malati e caregiver). Il Piano prevede anche la creazione di una rete integrata per le demenze (con al centro i Cdcd) per  promuovere la prevenzione, la diagnosi tempestiva e la presa in carico, riducendo le discriminazioni. “È il punto chiave del piano – spiega Guaita –, ma è anche quello che cela maggiori criticità. I punti deboli sono molti e riguardano il funzionamento attuale del Servizio sanitario nazionale, di fatto regionalizzato in maniera spinta, che favorisce una diversità di funzionamento importante da Regione a Regione. È necessario un successivo intervento a livello nazionale che definisca i parametri di funzionamento”. Terzo obiettivo è l’implementazione di strategie e interventi per l’appropriatezza delle cure per la realizzazione di un’omogeneità culturale e operativa su tutto il territorio nazionale. Quarto e ultimo, aumento della consapevolezza – sia nei malati, sia nei famigliari – e riduzione dello stigma per un miglioramento della qualità della vita.“Può sembrare un obiettivo secondario – conclude –, ma riveste un’importanza tutta particolare riferendosi a una malattia che, quando diagnosticata, invece di aprirle, chiude molte porte. La sensazione che per la demenza ‘non ci sia nulla da fare’ va combattuta a tutti i livelli”. (Ambra Notari)

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Tag: demenza, Alzheimer

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