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Imprese, l’Italia si affida alle donne per uscire dalla crisi economica

Rapporto Censis-Confcooperative. Su un totale di 6 milioni e 74 mila imprese registrate, il 21,8% (1,32 milioni) è guidato da donne. Fra il 2014 e il 2016 l’incremento è stato dell’1,5%, il triplo rispetto alla crescita del sistema imprenditoriale. Le donne imprenditrici in Italia sono 51 mila contro i 184 mila imprenditori uomini. Libere professioni: crescita costante

13 luglio 2017

ROMA - L’energia delle imprese rosa guida l’uscita dalla crisi. Su un totale di 6 milioni e 74 mila imprese registrate, il 21,8% (1,32 milioni) è guidato da donne. Fra il 2014 e il 2016 l’incremento è stato dell’1,5%, il triplo rispetto alla crescita del sistema imprenditoriale che non è andato oltre lo 0,5%. Crescono nei servizi, nelle professioni e nell’industria alimentare. È boom di start up al Sud. Reggio Calabria, Catania e Palermo guidano la speciale classifica delle 14 aree metropolitane. È quanto emerge, in sintesi, da “Donne al lavoro, la scelta di fare l’impresa”, il focus realizzato da Censis e Confcooperative.

- Maurizio Gardini, presidente Confcooperative, afferma: “Le donne hanno avuto il talento di trasformare fattori di svantaggio, tra pregiudizi e retaggi culturali, in elementi di competitività, riuscendo ad anticipare i fattori di novità del mercato, tanto che la ripresa è trainata dalle imprese femminili che crescono dell’1,5% rispetto a una media dello 0,5%. Nelle cooperative, fanno meglio. Perché 1 su 3 è a guida femminile, è donna il 58% degli occupati e la governance rosa si attesta al 26%. Le donne hanno trovato nelle cooperative le imprese che più si prestano a essere ascensore sociale ed economico perché sono le imprese che coniugano meglio di altre vita e lavoro. La conciliazione resta il prerequisito per accrescere la presenza delle donne nelle imprese e nel mondo del lavoro”.

I dati. Dunque, le aziende femminile crescono più della media del sistema imprenditoriale, soprattutto nelle aree metropolitane del Sud (Reggio Calabria, Catania e Palermo sono le regine delle nuove imprese rosa) in ambiti fino a qualche anno fa presidio esclusivo, o quasi, di imprese al maschile e trovano nella cooperazione il loro habitat economico preferito.
Detto dell’incremento dell’1,5% tra il 2014 e il 2016 delle imprese al femminile, va aggiunto che sempre nello stesso periodo a fare la differenza sono i dati relativi a settori tipicamente maschili. Nell’area dell’energia e nelle costruzioni, infatti, la crescita è stata del 2,6%, settore quest’ultimo dove i dati complessivi mostrano una diminuzione delle imprese del 2,1%.

Se si restringe il campo ai settori fondamentali del made in Italy, e cioè moda, turismo e agroalimentare, le imprese femminili confermano una presenza crescente con un tasso dell’1% fra il 2014 e il 2016, leggermente superiore a quanto si registra sul totale delle imprese appartenenti ai settori del made in Italy. Nel dettaglio, si colloca abbondantemente sopra all’1% la parte di imprese femminili impegnate nel turismo (+5,1%, ma raggiunge l’11,5% nelle attività di accoglienza), nei servizi per la ristorazione (+4,4%) e nell’industria alimentare (+4,0%).

Le imprese rosa nascono soprattutto nelle regioni centrali (+2,0%), al Sud (+1,8%), mentre il Nord Ovest e il Nord Est presentano incrementi più contenuti (1% circa). Le regioni a più alto tasso di crescita sono il Lazio e la Calabria (entrambe con un +3,1%), mentre, all’opposto, Piemonte, Val d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Liguria e Marche segnalano una dinamica negativa.

In termini di stock, la quota più elevata di imprese femminili è attribuibile al Mezzogiorno, dove hanno sede 476 mila aziende, pari al 23,7% del totale. Se si prendono in considerazioni le 14 città metropolitane, al primo posto per tasso di femminilizzazione nel 2016 si colloca Reggio Calabria con il 24,2%, seguita da Catania con il 23,6% e da Palermo con il 23,4%. Roma e Milano sono sotto il valore nazionale, ma presentano gli stock più elevati: Roma è prossima alle 100mila unità, mentre Milano supera le 60mila imprese. In totale circa 464mila imprese femminili si concentrano nelle aree metropolitane, poco più di 1/3 dei numeri nazionali.

Imprese a guida straniera e cooperative. Rilevante è il numero di imprese femminili guidate da straniere, in particolare nel tessile-abbigliamento con il 27,2% sul totale delle aziende rosa attive nel settore.
Più considerevole è invece il contributo alla crescita del numero delle imprese che proviene dalle imprese cooperative femminili che crescono del 4,1% in due anni (superando la soglia delle 30 mila unità nel 2016) e portano al 21,1% la quota delle cooperative femminili sul totale delle cooperative. Circa il 40% dell’incremento osservato è riconducibile al contributo delle cooperative guidate da donne.
Le 39.500 cooperative aderenti all’Alleanza fatturano 150 miliardi di euro e occupano un milione e 150mila addetti, pari al 90% dell’occupazione cooperativa in Italia.  Di queste 1 su 3 è a guida femminile, le donne coprono una quota pari al 58% sul totale dell’occupazione, mentre la governance è donna per il 26%.

Donne imprenditrici. Le donne imprenditrici in Italia nel 2016 sono pari a 51 mila contro i 184 mila imprenditori uomini. Nel 2007, anno immediatamente precedente al manifestarsi della crisi, le donne alla guida di imprese erano 64 mila, gli uomini 253 mila. Il saldo negativo in entrambi i casi è evidente, ma se si osservano i dati più recenti si registra un tendenziale ripresa delle donne dal 2015, che anticipa di un anno la crescita degli imprenditori uomini avvenuta nel 2016. I numeri indice con base uguale a 100 nel 2007 confermano per le donne il rimbalzo dopo il 2014 e il consolidamento nel 2016.

Un nuovo protagonismo. A fronte di un tasso di occupazione che ancora diverge per quasi 20 punti percentuali rispetto agli uomini (66,9% di questi ultimi contro il 48,5% delle donne a maggio di quest’anno), emergono invece fenomeni che attestano una forte volontà di partecipazione e di inserimento da parte della componente femminile.
“Sarebbe un errore derubricare questi fenomeni come di derive di femminilizzazione di alcune professioni in declino o di insediamento in determinati segmenti marginali delle attività economiche – si legge nel rapporto -. Il nuovo protagonismo femminile appare invece motivato - come scelta obbligata e come aspirazione – da una spinta all’iniziativa personale e alla voglia di fare in proprio”.

L’andamento dei lavoratori in proprio mostra chiaramente la “perdita” di circa 400 mila posizioni lavorative, prevalentemente concentrata nella componente maschile. “Anche in questo caso i numeri indice riescono a rappresentare efficacemente la dinamica prodottasi nel corso dei dieci anni osservati e mostrano un andamento negativo più contenuto per le donne rispetto agli uomini, con una differenza per le prime di circa dieci punti, mentre per i secondi la distanza raggiunge i dodici punti”.

Libere professioni. La vera sorpresa la riserva l’andamento dell’occupazione nelle libere professioni. In questo segmento la crescita delle donne è continua nei dieci anni (a esclusione del 2009) e consistente nonostante la crisi. Il saldo positivo totale, a fine periodo, è di 259 mila professionisti, di cui 170 mila sono attribuiti alle donne e i restanti 89 mila agli uomini. L’incremento porta le professioniste al 5,1% delle occupate contro il 3,5% del 2007; il numero indice nel 2016 è 154,2 per le donne, contro il 110,9 degli uomini.
“Considerando nell’insieme la performance decennale dei tre segmenti principali dell’occupazione indipendente (imprenditori, lavoratori in proprio e liberi professionisti), è evidente la tenuta della componente femminile, che cresce nonostante tutto di 71 mila occupate, mentre quella maschile accusa un ridimensionamento di oltre 300 mila unità”.

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