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Migranti. La Calabria si mobilita: continua la ricerca dei genitori del piccolo Cisse

Non conosce tregua la ricerca del papà di Cisse Namory Cheik, il bimbo ivoriano di 5 anni arrivato da solo nel porto di Corigliano, dopo aver attraversato da solo il Mediterraneo. Corbelli: “Il bambino è stato momentaneamente affidato alla famiglia di un ispettore di polizia di Rossano”

20 luglio 2017

- ROSSANO - Non conosce tregua la ricerca del papà di Cisse Namory Cheik, il bimbo ivoriano di 5 anni arrivato da solo nel porto di Corigliano, dopo aver affrontato tra mille difficoltà la traversata del Mediterraneo, a bordo di una delle tante carrette del mare. Il papà del bimbo è in Francia, mentre la madre è rimasta bloccata in Libia, senza i soldi necessari da dare agli scafisti per pagarsi il viaggio e fuggire dall’inferno. Ad occuparsi della tormentata vicenda di Cisse è Franco Corbelli, delegato regionale per la tutela e la promozione dei diritti umani nonché fondatore del movimento “Diritti civili”. “Il bambino è stato momentaneamente affidato alla famiglia di un ispettore di polizia di Rossano, in provincia di Cosenza – spiega Corbelli - Il piccolo ivoriano per il trauma subito ha difficoltà ad addormentarsi e piange. Vuole riabbracciare il suo papà e la sua mamma. E’ questo il suo desiderio e il suo sogno”. Il delegato regionale fa anche sapere di essere in contatto con la Ong, che sta seguendo il caso e che sta cercando di individuare il papà del bambino che è in Francia.

“Siamo pronti a farlo arrivare subito in Calabria, per fargli riabbracciare il figlioletto – sottolinea il rappresentante della regione -. Speriamo di riuscire al più presto a rintracciare il genitore del piccolo Cisse che aveva con sé un biglietto con dei numeri di telefono. Si spera ci possa essere anche quello del papà”. Corbelli tiene anche a rimarcare che l’impegno della Regione Calabria è anche rivolto all’individuazione del campo lager dove si trova ancora rinchiusa la mamma del bimbo che ha affidato il figlio ad alcuni compagni di viaggio; lo ha fatto salire  su un barcone con la speranza che in Italia potesse trovare la libertà e potesse riabbracciare il suo papà”. Corbelli racconta la storia della famiglia ivoriana appresa dalle persone a cui è stato affidato il piccolo Cisse. Il bimbo e la mamma erano arrivati in Libia dalla Costa d’Avorio dopo un lungo viaggio attraverso il deserto. Sembrava che il sogno di allontanarsi per sempre da guerra e fame stesse per realizzarsi ma, gli scafisti crudeli e criminali, hanno bloccato la donna che è stata rinchiusa in un  campo lager. E’ stata punita perché non aveva i soldi richiesti dai nuovi mercanti di schiavi. Con lei è rimasto anche suo figlio, a patire insieme alla madre dolore e sofferenza. La donna è riuscita comunque a organizzare la fuga del bambino.

Ha chiesto ad un gruppo di ivoriani, suoi compagni di viaggio, di portarlo con loro, come se fosse un loro bambino, per sfuggire così al controllo degli scafisti. “Fortunatamente la traversata è andata bene e il bimbo è arrivato sano e salvo ma ora- esorta Corbelli -  bisogna  ricongiungere questa famiglia. La Regione Calabria farà di tutto perché questo avvenga; solleciteremo sia il ministero dell’Interno che le autorità francesi e libiche”. Per non far calare l’attenzione sulla vicenda, Corbelli è stato anche ospite di Radio InBlu, l’agenzia radiofonica della Conferenza episcopale italiana che ha attenzionato il caso. (msc)

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