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"Facce da lavoro": l’estate di chi ha trovato occupazione, precaria e non tutelata

E’ in strada il numero dell’estate di Piazza Grande, dedicato al lavoro. Tra le storie c’è quella di Ndjebel, 22enne senegalese, che lavora nella cucina di un hotel come tirocinante. Laura, invece, è stata assunta come apprendista, ma di fatto lavora come capo-partita. Alice ha un contratto a chiamata

25 luglio 2017

- BOLOGNA – L’estate non è solo il periodo dell’anno dedicato alle vacanze, ma anche quello dei lavori stagionali o dei cosiddetti “lavoretti”, cercati dai più giovani per pagarsi i viaggi o gli studi, ma sempre più necessari a tanti lavoratori, soprattutto migranti, per arrotondare stipendi troppo magri. L’inchiesta del numero di Piazza Grande dell’estate – che non a caso titola: “Facce da lavoro” – è dedicata a queste forme di lavoro e alla precarietà, allo sfruttamento e alla scarsa tutela dei diritti che spesso le accompagna.

Si parte da un dato emerso dall’Osservatorio sull’economia e il lavoro pubblicato lo scorso aprile da Ires Emilia-Romagna – l’istituto di ricerche economiche e sociali della regione – secondo il quale il calo significativo della disoccupazione è accompagnato da un consolidamento della precarietà: aumentano i rapporti di lavoro a termine e somministrato, mentre le assunzioni a tempo indeterminato crollano rispetto ai picchi del 2015 dovute agli incentivi della legge di stabilità.

Le storie raccolte da Piazza Grande provano a dare un volto a questi dati. Come quella di Laura, che ad aprile ha iniziato a lavorare per un famoso hotel del centro cittadino. È stata assunta come apprendista, ma di fatto lavora come capo-partita in cucina, percependo però lo stipendio e le tutele dell’apprendistato. “Posso anche accettare di essere precaria – dice –. In fondo ho 24 anni e non ho una famiglia da mantenere. Ma non posso accettare che gli altri recepiscano come normale questa situazione”. Chi non se la passa altrettanto bene è Alice, che lavora con un contratto a chiamata per un negozio della centralissima via D’Azeglio: “Dovrei lavorare a intermittenza, e mi andrebbe benissimo visto che studio. Però lavoro almeno 6 ore al giorno e il datore ne segna al massimo 3. Una parte dello stipendio me lo paga in nero, ma non corrisponde a tutte le ore che faccio. Gliel’ho fatto presente: mi ha risposto che posso andarmene quando voglio”.

Il tirocinio formativo, invece, soprattutto se retribuito, è un’opportunità molto importante per i richiedenti asilo resa possibile dalle modifiche del 2015 al testo unico sull’immigrazione. Ne ha beneficiato Ndjebel – è suo il volto di prima pagina fotografato da Max Cavallari –, senegalese di 22 anni, che da 3 mesi lavora nella cucina del ristorante di un hotel nella periferia bolognese: “Sono stato assunto come aiuto cuoco, ho un contratto di tirocinio che dura 6 mesi. In Senegal avevo già lavorato come cuoco nelle cucine dei grandi pescherecci”. Oggi Ndjebel lavora 38 ore a settimana, per un totale di circa 500 euro al mese. Lo stipendio è modesto, ma lavorare è la maggiore aspettativa per chi arriva in Italia, nonché la prima forma di inserimento. (Ambra Notari)

© Copyright Redattore Sociale

Tag: Piazza Grande, Lavoro

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