:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

Ventotene Film Festival. "L’arte porta all’integrazione, perché colpisce l’anima"

Parlano Melanny (venezuelana), Hevi (curda) e Fatima (cecena), rifugiate con protezione internazionale, giurate della sezione del festival di cinema in corso sull’isola laziale. “Vorrei che fossimo considerati esseri umani prima che rifugiati”

29 luglio 2017

- VENTOTENE (Latina) - Il cinema, e nello specifico i docufilm, possono essere uno strumento di integrazione e di risposta all’emergenza umanitaria che attraversa il Mediterraneo e l’Europa? Sì, secondo gli organizzatori del Ventotene Film Festival, che per il secondo anno consecutivo hanno dedicato un concorso, l’“Open Frontiers”, ai film documentario che trattano i temi dell’integrazione, dell’identità europea, della cittadinanza attiva, della democrazia. E li ha fatti giudicare proprio a una giuria di 6 rifugiati con protezione internazionale che avessero esperienze e interessi in ambito cinematografico, visuale e audiovisivo. "Sono stati loro – insieme con il presidente della giuria Roberto Zaccaria (presidente del Consiglio italiano dei rifugiati) –, a decretare il vincitore del concorso: “Amerika square”, film del regista Yannis Sakaridis che incrocia il tema dell’immigrazione con la crisi economica della Grecia".

“Peccato che il pubblico non abbia visto tutti i lavori che abbiamo visionato per scegliere i finalisti, erano eccellenti”: parola di Melanny Hernandez R., non ancora rientrata in Venezuela, suo Paese natale, da 5 anni". “Sarebbe stato un problema tornare, soprattutto per il lavoro che faccio – Melanny è una giornalista, con 12 anni di esperienza in patria soprattutto sulle tematiche sociali –. Ero a Dublino per migliorare il mio inglese ed ero venuta in Italia per una vacanza”. Però dall’Italia non è ripartita: la crisi venezuelana del 2014, con la conseguente repressione dei diritti civili e il probabile annullamento dei visti, l’ha convinta a rimanere e a chiedere la protezione internazionale, concessa dopo due anni. Accolta al Centro Astalli di Roma, oggi continua a lavorare nella comunicazione visuale. “Sono molto contenta di aver partecipato al festival – dichiara soddisfatta – quello che hanno fatto gli organizzatori è un lavoro prezioso, necessario per avvicinare il mondo culturale, sia italiano sia internazionale, ai richiedenti asilo e ai rifugiati”. Ma la definizione di rifugiata le sta stretta: “Vorrei che fossimo considerati esseri umani prima che rifugiati”.

È sì la volontà di sensibilizzare sulle tematiche umanitarie il pubblico che presenzia al Ventotene Film Festival il fine del concorso Open Frontiers, ma soprattutto il desiderio di creare integrazione e accoglienza tramite il cinema, utilizzando il linguaggio universale dell’arte audiovisiva. Non è alla sua prima esperienza nelle giurie cinematografiche Hevi Dilara, di origine curda e da 21 anni in Italia: è stata infatti per 5 anni direttrice del Festival del cinema curdo di Roma, in cui ha partecipato come giurata a tutte le edizioni,  ha contribuito a creare, in qualità di regista, l’Archivio delle memorie migranti, sempre nella capitale, e ha anche partecipato alla Biennale d’arte di Venezia del 2009 e a Lampedusa in Festival. “Queste iniziative sono molto importanti e sono un messaggio per gli italiani per aprire i propri orizzonti e le proprie frontiere interiori – afferma Dilara –. Il cinema e l’arte, infatti, sono portatori di un messaggio pacifico e i festival possono aprire una finestra su un mondo che è sì colpito da molte guerre, ma è anche casa nostra”. 

“Perché l’arte può portare all’integrazione? Perché colpisce l’anima”: ne è convinta Fatima Abdurzakova, cecena, in Italia dal 2013, che in Russia aveva studiato all’Accademia di arte teatrale di San Pietroburgo e che nel nostro Paese lavora come mediatrice culturale e assistente sociale per richiedenti protezione internazionale. Come i suoi colleghi di giuria, anche Fatima è felice di avere partecipato al Ventotene Film Festival. Con una speranza: riuscire a unire la professione di operatrice sociale e interculturale all’arte teatrale e audiovisiva: “Il mio lavoro al festival può essere un primo passo”. (Simone Lippi Bruni)

© Copyright Redattore Sociale

Stampa Stampa