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Giornata tratta, storia di T. (e di tanti cambogiani) schiavo sui pescherecci

La denuncia arriva dalla ong bolognese Gvc: sono oltre un milione i cambogiani che lavorano, quasi sempre da irregolari, all’estero, soprattutto in Thailandia. Truffati, sfruttati, ridotti in schiavitù. E ora un regio decreto punisce lavoratori irregolari e datori di lavoro

29 luglio 2017

Foto Gvc
Tratta, storia di T 2

BOLOGNA – T.T. viveva in Cambogia: riusciva a mantenere la sua famiglia grazie alla piccola risaia dietro casa. Almeno fino al giorno in cui non divenne improduttiva. Così, decise di accettare la proposta di un uomo del suo villaggio che gli offrì un lavoro nelle costruzioni in Thailandia. Partì, ma ben presto capì che nulla di quanto gli era stato promesso si sarebbe mai realizzato. Venduto a un capitano senza scrupoli di un peschereccio, fu costretto a lavorare giorno e notte, vittima di continui atti di crudeltà da parte degli altri pescatori. “Decisi di fuggire, mi rifugiai nella giungla – racconta allo staff della ong bolognese Gvc che opera in quelle zone –. Per potermi pagare il viaggio di ritorno, mi cercai un altro lavoro: in un paio di mesi riuscii a mettere da parte il necessario”. Ma, nei pressi del confine tra Thailandia e Cambogia, venne rapito: “Due uomini mi hanno detto di scegliere se tornare sulla barca o andare in prigione. Scelsi il mare, ma mi resi subito conto che quella nuova esperienza sarebbe stata peggiore della prima. Trovai tracce di sangue sulle coperte dove mi obbligarono a dormire: alcuni uomini erano stati uccisi la notte precedente. Il capitano mi disse che se mi fossi rifiutato di lavorare avrei fatto la stessa fine”. Per un mese, insieme con altri 15 cambogiani, lavorò ininterrottamente sotto la supervisione di uomini armati thailandesi. Divenuto troppo debole per stare in piedi, fu costretto ad assumere droghe: “Ma anche quella volta riuscii a scappare, e finalmente tornai da mia moglie e dai miei bambini”. Per anni, T.T. si è rifiutato di raccontare la sua storia, fino a quando, grazie a Gvc, si è convinto a condividerla durante un incontro di auto aiuto organizzato dalla ong nella provincia di Siem Reap: “Voglio aiutare più gente possibile e informarla su come migrare in maniera sicura, perché non accada mai più quanto è successo a me”.

BOX Gvc rende nota l’esperienza di T.T. in occasione della Giornata mondiale contro la tratta di persone. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni, più di un milione di cambogiani lavora all’estero, principalmente in Thailandia. L’80 per cento di essi sono irregolari; il 19 per cento vittima di tratta o schiavitù, ma di fatto quasi tutti hanno subìto forme di sfruttamento. Ma se in Cambogia guadagnano in media 140 dollari al mese, in Thailandia arrivano a 260. Così, sempre più persone scelgono di attraversare il confine, spesso senza essere in possesso dei documenti, finendo per essere truffati, sfruttati, se non ridotti in schiavitù. “In molti hanno perso ingenti somme di denaro – spiega Rossella Angotti, cooperante in Thailandia di Gvc –. C’è chi si è suicidato nelle barche in cui lavorava anche per 22 ore di fila per cifre irrisorie o addirittura senza essere retribuito, venduti da un peschereccio all’altro. E i morti vengono buttati direttamente in mare”. Ma la Thailandia è una delle mete predilette anche da chi fugge da Laos e Myanmar. Per questo Gvc organizza, grazie al sostegno dell’Unione Europea, gruppi di auto-aiuto per le vittime e le loro famiglie, nonché incontri di prevenzione volti a sensibilizzare i cambogiani e a informarli dei rischi connessi alla migrazione irregolare.

Foto Gvc
Tratta, storia di T

Un nuovo capitolo di questa storia è stato scritto lo scorso 23 giugno da un regio decreto del sovrano thailandese, che impone sanzioni elevatissime e anni di detenzione sia agli imprenditori (dai 400 mila agli 800 mila baht, ovvero dai 10 ai 20 mila euro; da 1 a 3 anni di carcere) sia ai migranti irregolari (dai 2 mila ai 100 mila baht, da 51 a 2587 euro; fino a 5 anni di carcere) che lavorano alle loro dipendenze. Così, masse di migranti si sono riversate sul confine: 60 mila cambogiani e birmani sono fuggiti in una settimana, ma secondo le stime del Thailand development research institute, ad andare via saranno almeno 300 mila persone. Con queste misure il governo thailandese cerca di difendersi dalle accuse della comunità internazionale di non avere contrastato il fenomeno della schiavitù e del traffico di esseri umani.

Imprevedibili le ripercussioni del decreto sull’economia della Cambogia, Paese in cui la metà della popolazione ha meno di 25 anni e i livelli di disoccupazione – complice anche il cambiamento climatico e gli scarsi mezzi in agricoltura – sono elevatissimi. “Per tutti questi motivi – conclude Dina Taddia, presidente di Gvc – noi continueremo a lavorare per promuovere sia in Thailandia sia in Cambogia l’adozione di leggi rispettose dei diritti dei migranti”. (Ambra Notari)

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