Giocatore rifugiato diventa allenatore di calcio in Croazia

Da piccolo lo chiamavano Boban, come il campione croato che lui amava. A 22 anni Celestine è volato in Montenegro per giocare con una squadra locale. Poi è tornato in Nigeria. Ma il conflitto religioso peggiorava ed è scappato. Ora vive in Croazia, ha ottenuto l’asilo, si è sposato e allena i ragazzini

22 agosto 2017

Celestine Olisa
Celestine Olisa

BOLOGNA - Da ragazzino era una giovane promessa nella Premier League di calcio nel Paese in cui è nato, la Nigeria. Ora allena la futura generazione di giocatori nel Paese che lo ha adottato, la Croazia. Celestine Olisa, la cui storia è stata raccontata da Helen Womack e Zsolt Balla per Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha 35 anni e da piccolo giocare a calcio era tutto ciò che voleva fare. “Dicevo ai miei genitori che andavo in chiesa, invece andavo a giocare”, racconta. Era bravo, tanto da guadagnarsi il soprannome di Boban, come Zvonimir Boban, il capitano della Croazia di cui collezionava le figurine. “Boban era un centrocampista aggressivo. Mi piaceva il suo stile”. Ai campionati del mondo del 1998 che si sono tenuti in Francia, la Croazia ottenne il terzo posto. Per vedere le partite la famiglia di Celestine, che non aveva -la tv, andava dai vicini. “A volte la casa era talmente piena che rimanevamo fuori, in piedi, a guardarle attraverso le finestre”. A 22 anni Celestine ha vinto una competizione che lo ha portato a giocare con il Jedinstvo Bijelo Polje, una squadra del Montenegro. Ci è rimasto 2 anni, ma si sentiva solo e ha deciso di tornare in Nigeria. Se n’è pentito, i problemi religiosi stavano peggiorando nel suo Paese e lui stesso è rimasto ferito. È stato allora che ha deciso di ripartire per l’Europa.

Per arrivare in Europa Celestine ha attraversato la Libia e il Mediterraneo ed è stato costretto ad affidarsi ai trafficanti. Di quel viaggio non vuole parlare, “nessuno vuole doverlo ricordare”. Accolto in un campo profughi in Slovenia, Celestine è stato poi mandato in Croazia. “Ci avevano avvisato che la polizia stava arrivando. Altri profughi sono scappati, ma io ho impacchettato le mie cose e ho aspettato. Ho pensato che non volevo più scappare, ne avevo abbastanza”. E poi Croazia per lui voleva dire calcio. Nel campo gestito dalla Croce Rossa in cui è arrivato Celestine incoraggiava i suoi compagni a giocare a calcio, “quando giocavamo non eravamo richiedenti asilo ma giocatori”.

Oggi Celestine allena una squadra di ragazzini croati, la NK Utrina, e una squadra amatoriale di adulti formata da sostenitori di una campagna contro il razzismo e la violenza nel calcio. Nel frattempo ha ottenuto l’asilo e ha conosciuto la sua attuale moglie, Anamarja. “Abbiamo fatto una cerimonia in stile croato, un matrimonio cattolico con 70 invitati. Sfortunatamente non ho potuto invitare nessuno dall’Africa”. (lp)

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