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Famiglie senza casa accampate in basilica: "Qui finché non ci ascoltano"

Dal 10 agosto 60 famiglie, tra cui 20 bambini, anche molto piccoli, vivono accampati nei portici della chiesa dei Santi apostoli a Roma. Sono state sgomberate dall'ex palazzo dell'Inps di Cinecittà. Tra loro migranti, ma anche giovani italiani senza lavoro. Unicef: "Politica assente, Roma non può diventare una favela"

22 agosto 2017

Foto Eleonora Camilli
Portico della Chiesa dei Santi Apostoli - Famiglie accampate 1

ROMA – Le tende da campeggio sistemate sotto le arcate del 1400, i giochi dei bambini nell’angolo vicino alla porta. Da due settimane il portico della Chiesa dei Santi Apostoli, a - due passi da piazza Venezia, nel centro di Roma, è diventata la casa di 60 famiglie sgomberate da un ex palazzo dell’Inps, a Cinecittà, il 10 agosto scorso. Circa 100 persone, italiani e stranieri, tra cui almeno venti bambini, anche molto piccoli tra gli 0 e i 4 anni. E una signora anziana di 91 anni, dell’Europa dell’Est. “Siamo venuti qui alla fine di una lunga giornata di mobilitazione, in attesa di una risposta della prefettura (che si trova a pochi metri di distanza, ndr) – spiega Daniele, 28 anni, del Coordinamento cittadino di lotta alla casa -. Lo stabile dell’Inps era vuoto da 5 anni, ci viveno molte famiglie, finché hanno deciso di mandarci via. Prima hanno fatto uno sgombero bianco, ci hanno cioè staccato la luce. Ed è stata durissima: eravamo senza frigorifero, in piena estate, senza cibi freschi per i bambini. Poi sono venuti a fare lo sgombero con le forze dell’ordine. Abbiamo provato a resistere, salendo sul tetto, ma ci hanno mandato via. Poi per l’intera giornata abbiamo manifestato, finché siamo venuti qui e abbiamo passato la prima notte davanti la prefettura”. Con il benestare dei Frati minori conventuali, che hanno la responsabilità della basilica, le famiglie hanno potuto sistemarsi all’interno del portico, proprio davanti l’entrata della chiesa. Il patto è quello del rispetto reciproco, mi spiegano. Sul fronte istituzionale, la Sala operativa del Comune di Roma è intervenuta subito dopo l'occupazione proponendo accoglienza in alcuni centri per le mamme con i bambini, ma le famiglie non hanno voluto separarsi, per questo hanno deciso di rimanere qui in presidio. “Al Comune abbiamo chiesto di montarci dei bagni chimici, ma ci hanno risposto che ci vogliono almeno 40 giorni” spiega ancora Daniele. Per ora, quindi, per i servizi igienici ci si appoggia ai bar vicini. Per fare una doccia si va, invece, nelle altre occupazioni.

Foto Eleonora Camilli
Portico della Chiesa dei Santi Apostoli - Famiglie accampate 2

Le storie degli occupanti: i giovani italiani senza lavoro, i migranti senza accoglienza. Alberto ha 35 anni e anche lui è uno degli occupanti della Chiesa dei Santi Apostoli. Originario di Roma, per un periodo è andato all’estero a cercare fortuna, come tanti connazionali della sua età. Poi dopo un periodo a Copenaghen è dovuto tornare in Italia per motivi familiari. “Sono disoccupato. Ho sempre lavorato negli alberghi come receptionist, perché parlo bene l’inglese, ma a un certo punto mi sono trovato senza lavoro e senza un posto dove stare – racconta -. Per un periodo ho dormito in strada. Con un cartone mi sistemavo davanti la basilica di San Pietro, in Vaticano. Poi sono andato nell’occupazione di Cinecittà e oggi sono qui”. Mi spiega che le tende per dormire sono arrivate grazie alla solidarietà dei cittadini e degli occupanti di altri stabili della capitale. “Tra noi c’è un buon rapporto – continua Alberto -. Stiamo condividendo una battaglia comune: chiediamo che Roma si doti di un piano casa reale. Ci sono tantissimi stabili disabitati che potrebbero essere riqualificati per togliere le persone dalla strada, per permettere loro di ricominciare, di rifarsi una vita. Invece, ogni notte, questa città si trasforma in un dormitorio a cielo aperto. Non è così che si devono far vivere le persone. Non in una capitale come Roma”. Tra le famiglie che vivono nella chiesa anche diverse persone straniere. Come Tatiana, 35 anni, originaria del Benin. E’ qui insieme al marito e ai loro sei bambini, la più piccola di due anni. “Prima vivevo ospite di mia cognata fuori Roma, ma quando lei ha deciso di tornare in patria mi sono ritrovata per strada – racconta -. Sono qui perché non so dove altro andare, non avevo altra scelta”. Poco più in là, seduta sul materasso, con accanto le buste piene di vestiti, libri, e oggetti di una vita, una donna di 91 anni è china sul giornale. E’ originaria dell’Europa dell’Est, anche lei è tra gli sgomberati di Cinecittà, ed è qui in attesa di una nuova sistemazione.

Foto Eleonora Camilli
Portico della Chiesa dei Santi Apostoli - Famiglie accampate 3

Unicef: “Roma non può diventare una favelas di Rio De Janeiro”. Il prossimo 26 agosto si terrà una manifestazione nella capitale, dopo gli sgomberi di Cinecittà, via Curtatone e via Vannina, che solo negli ultimi due mesi hanno messo centinaia di persone in strada. "Prima i poveri" hanno scritto gli occupanti fuori dalla chiesa, facendo da contraltare a chi dice "prima gli italiani", perché - dicono - questo problema riguarda tutti quelli che si trovano in condizioni disagiate. “Cercheremo di riportare l’attenzione sulle questa emergenza, che purtroppo tocca tantissime persone. Noi oggi siamo al centro di Roma, e le persone ci vedono, ma ci sono centinaia di altre situazioni invisibili, di sfratti quotidiani, di sgomberi anche piccoli, in periferia”, continua Daniele -. Intanto il portavoce dell’Unicef, Andrea Iacomini, che ieri ha visitato l’occupazione alza la voce: “Ci sono bambini di pochi mesi, donne incinte, non è accettabile. Queste persone devono vivere in una situazione adeguata – sottolinea – Il Comune ha proposto soluzioni peggiorative: chiedendo di separare i nuclei familiari. Le persone hanno risposto di no e anche noi siamo contrari: non si possono mettere mamme e bambini da una parte e papà dall’altra”. Il portavoce di Unicef ricorda che all’interno non ci sono solo famiglie di migranti ma anche italiani in condizione di povertà "Roma non può diventare come una favela di Rio di Janeiro, con i bambini che giocano in mezzo strada, tra le macchine - sottolinea Iacomini -. Non è accettabile". Propio questa mattina una bambina che stava giocando fuori la chiesa ha avuto un incidente: è stata investita da un motorino mentre giocava a poca distanza dai genitori. E' stata subito trasportata in ospedale, dove ora si stanno facendo tutti gli accertamenti. "Solo la chiesa sta dimostrando attenzione, mentre la politica è assente - continua Iacomini -. Chiediamo pertando che si affronti urgentemente questa emergenza: è un problema sociale, ma sta diventando anche un problema di sicurezza. Non è più un discorso di destra o sinistra, ma di umanità o disumanità”. (Eleonora Camilli)

 

 

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Tag: disagio abitativo, Casa

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