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Terremoto. Pescara del Tronto, 53 rintocchi per commemorare le vittime

La notte profonda non è riuscita a spegnere le torce delle persone, tante, più di mille, che a un anno del terremoto hanno raggiunto l’unico spicchio di Appennino a cavallo di 4 regioni, per commemorare i suoi caduti. E i giardini di Pescara non riescono a contenere le persone, né il dolore

24 agosto 2017

Foto Francesco Riti
Fiaccolata Pescara del Tronto - Foto Francesco Riti

PESCARA DEL TRONTO - 53 rintocchi di campana accompagnano la lettura dei nomi. Sono le 3.36 del mattino, il momento in cui, un anno fa, qui è crollato tutto. Le luci delle fotoelettriche lasciano il posto al bagliore delle fiaccole mentre l’elenco scorre lento, in ordine alfabetico. Per ogni nome un rintocco, qualche secondo di silenzio e una piccola lampadina azzurra che si accende su un lungo pannello sistemato di fronte ai giardini, l’unico luogo che le scosse non sono riuscite a ferire. Sotto, il nero assoluto della notte inghiotte la frazione e le sue case ridotte a una immensa spianata di macerie.
Ci sono nomi di bambini, di ragazzi, di anziani, di chi è morto per salvare i propri cari, di chi non ce l’ha fatta, a distanza di tempo. In diversi casi i cognomi si ripetono una, due, tre volte. E capisci che un’intera famiglia è stata spazzata via in una manciata di secondi.

- La notte profonda di Pescara del Tronto è una folata d’autunno in piena estate ma il vento che arriva dai Sibillini non riesce a spegnere le torce delle persone, tante, più di mille, che a un anno del terremoto hanno raggiunto l’unico spicchio di Appennino a cavallo di 4 regioni, per commemorare i suoi caduti.

“La nostra quotidianità non c’è più – racconta una ragazza al microfono – perché i nostri cari non ci sono più. Andiamo a dormire ogni notte con l’ansia e al mattino ringraziamo Dio per essere ancora qua. Ma se siamo ancora qua vuol dire che qualcosa nel nostro piccolo lo possiamo ancora fare. Non dobbiamo scoraggiarci, anche se la tristezza del 24 è sempre nel cuore, perché ricordare è importante ma non dobbiamo perdere la speranza. Nei momenti in cui ci sentiamo abbattuti, dobbiamo ripensare a quello che è stato il 24, prima che arrivassero i soccorsi, quando gli unici che potevano dare un aiuto erano le persone che stavano sul posto. I primi soccorsi sono partiti proprio dalle persone che erano qui e in quei momenti abbiamo sperimentato un’unità pazzesca. C’era chi aveva un giacchino e lo dava a chi sentiva freddo, chi aveva le scarpe e si toglieva i calzini per darli a chi era a piedi nudi. Ci siamo passati un’unica bottiglia d’acqua da cui ha bevuto praticamente tutto il paese. Quella notte siamo riusciti a fare cose che difficilmente avremmo fatto, senza l’aiuto di Dio. Per questo nei momenti di buio dobbiamo ricordarci che la nostra croce è una croce condivisa. Non dobbiamo mai dimenticare che non siamo soli e che abbiamo dei compagni di viaggio”.

La nottata inizia alle 23. Il raduno è fissato nel parcheggio del Blue Bar, sulla Salaria, nella frazione di Trisungo. Da qui, un servizio continuo di navette porta le persone fino a circa un chilometro da Pescara del Tronto. Prima di partire, nel piazzale che scopre la Rocca e le ferite di Arquata, i responsabili della Protezione civile, degli scout arrivati da tutta Italia, dei volontari dei Carabinieri e dei gruppi di soccorso danno le ultime indicazioni. “Questo evento – spiegano – era stato promosso dai familiari delle vittime di Pescara del Tronto. Doveva essere una commemorazione quasi privata, molto intima, insieme ai cittadini di Arquata e Capodacqua, ma la notizia ha subito coinvolto centinaia di persone. Non sappiamo quanta gente sarà qui stanotte e il nostro compito è assicurare loro assistenza e, alla cerimonia, rispetto e raccoglimento”. Due le processioni programmate inizialmente: una a Pescara e l’altra a Capodacqua, alla fine, per problemi logistici, confluite tutte nell’unica grande collana luminosa che ha scaldato la notte dell’Appennino.
Le navette stracolme di passeggeri arrancano sulla collina e portano i viaggiatori fino al bivio per Pescara. La zona è presidiata da un numero imponente di mezzi di soccorso e soccorritori. I lampeggianti lanciano sprazzi di luce blu sulle macerie, feriscono gli occhi e riportano a quella stessa notte di un anno fa.

Foto Teresa Valiani
Terremoto, Fiaccolata in ricordo delle vittime 24 agosto 2

All’una si accendono le fiaccole e tutti si mettono in cammino verso il centro del paese. Lentamente, in silenzio, abbracciandosi, tenendosi per mano o camminando semplicemente a fianco di un amico o di un parente ritrovato. I giardini di Pescara non riescono a contenere le persone, né il dolore. Moltissima gente resta fuori, ad ascoltare la cerimonia sulla via che porta ai cancelli. All’ingresso una scultura dedicata ai caduti, inaugurata per l’occasione e realizzata da Giuliano Cipollini, un artista originario del luogo. Intorno solo il rumore dell’acqua, simbolo di questo territorio, che cade incessantemente sullo sfondo dell’opera.

“Qui, un anno fa, tutto era tranquillo a quest’ora - dice il vescovo di Ascoli, Giovanni D’Ercole, aprendo la commemorazione -, nessuno sospettava quello che sarebbe accaduto dopo un po’. E’ notte. Arquata, Pescara, Capodacqua. La terra trema. In pochi istanti interi paesi vengono cancellati. Decine di persone perdono la vita. In pochissimo tempo il terremoto porta via vite, affetti, case, chiese, attività, insieme alle certezze di tanti di noi. E poi una domanda si insinua, quando vivi queste cose all’improvviso e perdi tutto ciò che avevi di più caro: Dio, dove sei?”.
“Dio, dove sei?” è la domanda che ricorre di più nelle testimonianze che si alternano al microfono. Perché è difficile parlare di amore, quando non hai più niente “ma anche quando il sentiero della vita prende direzioni che non riusciamo a comprendere – sottolineano più interventi – la speranza, la solidarietà e la fede non devono mai venire meno”.

Foto Teresa Valiani
Terremoto, Fiaccolata in ricordo delle vittime 24 agosto 1

51 le vittime del terremoto di Arquata del Tronto: 47 a Pescara, 1 a Capodacqua e 3 nel borgo. 53 i rintocchi e i nomi, per commemorare anche chi non ha superato le ferite riportate nei crolli. Il freddo si fa pungente, i soccorritori distribuiscono tè caldo e sorrisi. Il sindaco di Arquata, Aleandro Petrucci, è seduto accanto al vescovo: non interviene, ma i suoi occhi parlano per lui e raccontano un anno di dolore e tensioni, per una ricostruzione lumaca che aggiunge disagio alla tragedia. Nella veglia si alternano testimonianze, canzoni e preghiere. Il segno di pace diventa “un abbraccio di pace”, ci si guarda un po’ stupìti per l’invito del vescovo e ci si comincia a stringere. Le braccia si intrecciano, le mani stringono spalle sconosciute, gli occhi incontrano nuovi sguardi con lo stesso dolore, il calore dei corpi allontana per qualche secondo il freddo e scioglie la tensione. Si può piangere, tutti insieme, senza più nascondere le lacrime. Finalmente. (Teresa Valiani)

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Tag: terremoto

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