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New York, il telefono pubblico che connette con le storie dei migranti

Il progetto di Aman Mojadidi, artista statunitense di origine afghane, permette di ascoltare le testimonianze e i racconti di 70 abitanti di New York con una migrazione alle spalle. “Le persone di ogni parte del mondo plasmano questa città e l’America”

02 settembre 2017

NEW YORK (Stati Uniti) – Alzare la cornetta di un telefono pubblico e, anziché chiamare qualcuno di nostra conoscenza, ascoltare le storie e le voci di migranti provenienti da ogni parte del mondo: è questa l’idea di “Once upon a place”, l’installazione, presente a New York dal 27 giugno al 5 settembre, che l’artista afghano-statunitense Aman Mojadidi ha -realizzato a Times Square. Di cosa si tratta? Tre cabine telefoniche pubbliche, le ultime a essere rimosse dalle strade della metropoli americana, in cui è possibile entrare e sentirsi raccontare, tramite il telefono, le esperienze di immigrati dei nuovi cittadini newyorchesi. Sono 70 le storie registrate e ascoltabili, ognuna delle quali dura dai 2 ai 15 minuti. Al posto dell’elenco telefonico, poi, un libro per scoprire qualcosa di più sui Paesi da cui provengono i narratori e sulle comunità cui appartengono a New York.

Ottocento lingue in una sola città, con un terzo degli abitanti nati fuori dagli Stati Uniti: New York è il prototipo di centro multiculturale. La stessa tendenza è comune a tutto lo Stato, con un americano su 3 che avrà origini straniere entro il 2065, secondo una ricerca del Pew Research Center. È questo il contesto in cui si inserisce l’installazione di Aman Mojadidi a Times Square. “Volevo creare qualcosa all’interno dello spazio urbano che avesse a che fare con la questione delle migrazioni – dichiara Mojadidi – quando ho cominciato a pensare a tutte le cabine telefoniche che erano state spostate, il mio pensiero immediato è andato a tutte le storie delle persone che anch’esse sono state spostate, tutte le persone che chiamano i loro mariti e le loro mogli, i loro genitori, i loro affetti, i loro figli”.

Dare voce a chi si è stabilito a New York dopo aver lasciato il proprio Paese d’origine alla ricerca di un lavoro, per raggiungere la propria famiglia, per lasciarsi alle spalle una guerra o semplicemente per trovare un’esistenza più serena, al fine di far raccontare le migrazioni da chi vi ha partecipato: “Once upon a place” è partito da questo. Ma da dove provengono le testimonianze? Mojadidi le ha registrate e raccolte durante la sua collaborazione con Times Square Arts, organizzando incontri e conversazioni, per i quali ha avuto man forte da alcune aziende e spazi culturali, con persone da poco trasferitesi a New York e provenienti da altri Paesi. Quello che è emerso è stata una raccolta estremamente variegata di storie in inglese o nella lingua madre dei narratori, per dimostrare che l’immigrazione non è un fenomeno unico e monolitico, ma un insieme di esperienze e di retroterra diversi che contribuiscono a formare la New York di oggi e di domani. Ma non c’è solo la condivisione delle storie di migrazione dei nuovi newyorchesi: anche il senso di vicinanza tra chi racconta e chi ascolta alzando le cornette dei tre telefoni pubblici è un pilastro dell’installazione di Mojadidi. “Anche se è trasparente e si vede tutto quello che succede intorno – spiega l’artista – ci si sente intimi non solo con se stessi ma anche con chiunque si stia interagendo al telefono”.

Bangladesh, Belgio, Burkina Faso, Camerun, Cina, Colombia, Egitto, Filippine, Gambia, Ghana, Giappone, Giordania, Irlanda, Israele, Italia, Liberia, Messico, Nigeria, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Russia, Sierra Leone, Spagna, Sri Lanka, Tibet e Yemen: sono questi i Paesi da cui provengono i 70 narratori che hanno partecipato al progetto di Mojadidi e che fotografano una New York, ma anche un’America, sempre più multiculturale. “Partecipare a questo progetto significa, anche se qualcuno lo sa già, ricordare che sono le persone provenienti da ogni parte del mondo a plasmare non solo questa città ma l’intero Paese”. (Simone Lippi Bruni)

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