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"Arte in-stabile", a Torino un palazzo e i suoi abitanti diventano opera viva

Un edifico multietnico nel quartiere periferico Barriera di Milano. Un artista che vuole mettere l’arte al servizio dell’esistente. Sono gli elementi del progetto nato in via Cuneo 5bis, nel quartiere multietnico e periferico Barriera di Milano. L’obiettivo? Creare condivisione attraverso l’arte

10 settembre 2017

Arte instabile 1

TORINO – Può un palazzo diventare opera d’arte? Si può partire da questa domanda per raccontare “Arte in-stabile”, il progetto che vede coinvolto un edificio multietnico nel quartiere torinese Barriera di Milano, i suoi abitanti – 25 nuclei familiari, di cui 21 di origine straniera, un artista e due fotografi. L’obiettivo? Creare condivisione e comunità attraverso l’arte. “Vivo in quel quartiere – racconta Alessandro Bulgini, artista di origini tarantine che vive a Torino – un quartiere rappresentativo per le questioni attuali, multiculturalità, immigrazione, periferie. E ho pensato: perché non mettere l’arte al servizio degli altri? -Cosa può fare l’arte?”. Sono nati così diversi progetti il cui trait d’union è, spiega Bulgini, “avvalersi del preesistente tramite l’arte, ricontestualizzarlo, farlo diventare un’opportunità da redistribuire all’umanità”.

Il primo, da cui è partito tutto nel 2012, è “BarLuigi” che, chiarisce Bulgini, “non è un bar ma un acrostico che sta per ‘base aerospaziale, ricercatori di luoghi, di utopie indipendenti e geometrie ignote’ e nasce dall’idea che qualsiasi spazio può accogliere arte, creatività, cultura”. Da allora sono 19 i “BarLuigi” aperti nel mondo (ce n’è uno anche a Bangkok e ad Amsterdam) in negozi di parrucchiere, macellai, case private e altri spazi, creando una rete condivisa. Anche il progetto “Arte in-stabile” è nato da qui: Andrea Quarello, architetto e amministratore del palazzo di via Cuneo 5bis ha chiesto a Bulgini se anche quell’edificio poteva diventare un BarLuigi. “La risposta è stata ovviamente sì”. C’è voluto però un bando della Compagnia San Paolo (Abitare una casa, vivere un luogo) perché il progetto vedesse la luce (con il coinvolgimento delle associazioni Flashback e Collettivo Ultramondo, della Circoscrizione 7 di Torino e il patrocinio del Comune). “Non volevo far diventare quel palazzo un museo in cui l’arte viene calata dall’alto, ma decretare che il palazzo stesso era un’opera d’arte. L’idea è celebrare il legame tra arte e umanità, l’arte che fa da mediatrice e l’umanità che compartecipa alla manifestazione di arte”, spiega Bulgini.

Arte instabile 3

I primi artisti coinvolti nel progetto sono due fotografi, entrambi tarantini, Piefrancesco Lafratta e Cosimo Calabrese (che inizierà a breve). “Entrambi hanno esperienza con territori complessi, hanno la relazione con gli altri come prassi”, dice Bulgini. (Lafratta e Calabrese hanno lavorato sul tema delle migrazioni e hanno realizzato, insieme a Fabio Viola e Giorgios Christakis, “Open Borders”, un reportage da Idomeni, il campo profughi in Grecia al confine con la Macedonia). Una caratteristica importante perché il confronto è la parte saliente di questo progetto. “Qui tutti sono nelle loro case ed è diverso dall’agire in strada, sei a casa loro e la prima regola è porsi benevolmente verso l’altro, essere attenti all’ascolto, non esprimere giudizi – continua – La mia intenzione era formulare ipotesi di approccio per cambiare situazioni difficili con gli strumenti a disposizione”. È così che Piefrancesco Lafratta ha piantato una tenda sul tetto del garage, “per dare un’opportunità alle persone di guardarlo da dietro le finestre ma anche di suscitare simpatia”. Si tratta di trovare un linguaggio adatto al luogo, “e poi le persone escono, si scambiano un saluto, un sorriso, entrano in contatto”.

Un canestro magico. È quello che Bulgini ha piazzato sulle scale, “un canestro da basket magico che esprime i desideri come nel progetto ‘A shot for a wish’ che ho realizzato a New York e una palla di gommapiuma”. Dopo tre giorni che stava lì una signora si è lamentata perché poi i ragazzini avrebbero giocato a pallacanestro per le scale, “e così ho messo un cartello su cui era scritto che si trattava di una installazione provvisoria”. Ha anche disegnato con i gessetti sul piazzale interno dell’edificio, “qualcuno mi ha fatto notare che il gesso si sarebbe cancellato, così ho dipinto sul tetto dei garage creando una specie di tappeto. Le persone erano emozionate, la tensione era calata, avevano iniziato ad accettare il ruolo”. Una scala mezza rotta è stata rimessa a nuovo e dipinta di rosso e le signore del palazzo sono state invitate a decorarla, “hanno portato fili di lana colorata, conchiglie e perle trasformandola da oggetto di servizio in qualcosa di ornamentale, una scultura mobile”.

Arte instabile 2

L’arte per abbattere il timore verso il diverso. È questo il nodo degli interventi di Bulgini. “L’arte si rende fluida, interagisce con l’esistente, si lascia contaminare – spiega – In un palazzo chiuso poi ti devi mettere in gioco altrimenti nessuno ti apre la porta e, nel caso dei fotografi, ti ritroverai a fotografare quattro muri e quelle quattro persone che casualmente incontri perché escono per andare a lavorare. Dobbiamo pretendere di più”. Il tappeto dipinto sul tetto del garage diventerà uno spazio di rappresentazione che a ottobre ospiterà la performance di una cantante soprano che vive nel palazzo e di 4 suoi studenti. “Il condominio è diventato una casa con il tappeto intorno al quale ritrovarsi”, conclude Bulgini. (lp)

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