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Caporalato, a un anno dalla legge "non è cambiato quasi nulla"

La lotta allo sfruttamento del lavoro agricolo fatica a raccogliere risultati nonostante ci sia una legge, un protocollo nazionale e una rete del lavoro agricolo di qualità. Preoccupa la situazione in provincia di Foggia: nuovi ghetti e pochi controlli. La denuncia di Giovanni Mininni (Flai Cgil): “Buona legge ma inapplicata. Una sconfitta per lo stato”

08 settembre 2017

ROMA - A quasi un anno dall’approvazione della legge sul caporalato, a uno e mezzo dall’approvazione del protocollo nazionale voluto da tre ministeri (Interno, Lavoro e Agricoltura) per avviare azioni concrete sui territori e a ben due anni dalla nascita della Rete del lavoro agricolo di qualità, la lotta al caporalato e allo sfruttamento del lavoro in agricoltura stenta a decollare. È quanto denuncia la Flai Cgil che ha passato l’estate sui campi di raccolta del pomodoro per incontrare lavoratori e imprenditori. Una stagione, quella del pomodoro di quest’anno, che avrebbe dovuto essere il banco di prova dei tre nuovi strumenti adottati, ma tra i campi la situazione non è cambiata molto e in alcuni casi quasi per nulla.
A raccontare a Redattore sociale la delusione per un’estate non così diversa dalle altre è Giovanni Mininni, segretario nazionale della Flai Cgil, che in questi giorni si è recato in Capitanata per concludere la prima fase dell’esperienza delle “Brigate del lavoro”, lanciata quest’anno dal sindacato. Un’iniziativa che ha permesso agli operatori di vedere da vicino cos’è cambiato nell’ultimo anno. “Siamo andati nei campi per incontrare i lavoratori - racconta Mininni -. Abbiamo dato loro dei cappelli per ripararsi dal sole, le bottiglie d'acqua, ma anche volantini per informarli in tutte le lingue sui loro diritti contrattuali e sulla nuova legge approvata”. 

Un viaggio sul campo che ha fatto emergere ritardi e in alcuni casi anche una certa immobilità nell’applicazione delle norme. Il caso più emblematico resta quello della provincia di Foggia, dove oltre allo sgombero del gran ghetto di Rignano è stato fatto ben poco. “Non è cambiato sostanzialmente nulla - spiega Mininni -. Soprattutto a Lecce, ma anche a Reggio Calabria si sta facendo qualcosa sull’accoglienza. A Rosarno si sta costruendo una nuova tendopoli che dovrà ospitare 650 persone per la raccolta degli agrumi per la fine dell'anno, mentre a Lecce si sta costruendo un campo con dei container, spazi comuni e una mensa. Una cosa più decente di Rosarno, ma non è quel che prevede il protocollo nazionale”. Eppure proprio la provincia di Foggia aveva fatto sperare bene: prefettura, sindacati e associazioni avevano iniziato a lavorare insieme firmando anche un protocollo tra i vari attori presenti in provincia, ma la sostituzione del prefetto in piena estate ha determinato una brutta battuta d’arresto. “Il prefetto che ha ricoperto l’incarico fino a poco tempo fa si è sempre dimostrata disponibile - racconta il segretario nazionale della Flai Cgil -. Abbiamo avuto più di un incontro con lei: ci aveva aperto le porte della prefettura. Con questo cambiamento si è azzerato tutto. Il nuovo prefetto ha bisogno di tempo per rendersi conto di quello che succede. Tra poco comincerà la vendemmia e questo territorio è ancora interessato da sottosalario, sfruttamento e caporalato”.

Foto Flai Cgil
Caporalato Cgil

Ancora critiche le condizioni di vita dei braccianti nei ghetti, nonostante la chiusura del gran ghetto di Rignano. Uno sgombero che, per Mininni, è stata soltanto “un'altra operazione mediatica e di facciata - spiega -. Oggi, in quell’area sequestrata, ci sono ancora delle roulotte dove vivono circa 600 persone. La maggior parte dei lavoratori che erano nel ghetto di Rignano, poi, sono andati a vivere in quella che è un'altra vergogna, a Borgo Mezzanone. Ci siamo stati in questi giorni e abbiamo visto una crescita di presenze esagerata rispetto all'anno scorso. Oltre ai container presenti sulla ormai famosa pista e ai casolari abbandonati lì intorno, sono state costruite tante baracche in legno e cartone, come a Rignano. Abbiamo stimato circa 4.000 persone presenti. Negli anni scorsi non si erano mai viste così tante persone in quel campo e oltretutto siamo proprio a ridosso del Cara”.
Nelle campagne della Capitanata, intanto, mai come in quest’anno si è visto l’utilizzo dei macchinari per la raccolta del pomodoro. Eppure, sfruttamento e caporalato ci sono ancora. “Io stesso ho parlato con lavoratrici italiane pagate 25 euro al giorno per raccogliere i pomodori - racconta Mininni - e la cosa assurda è che abbiamo visto sui cassoni i nomi di aziende importanti del Nord e del Mezzogiorno. Abbiamo incontrato anche lavoratori immigrati che ci dicevano che nella raccolta dei peperoni vengono pagati 30 euro al giorno, con un orario di lavoro che supera di gran lunga le 6 e mezzo contrattuali. Inoltre, ci dicono che c'è ancora una regia dei caporali perché vengono accompagnati da loro, chiedendo 5 euro a persona. I caroselli di furgoncini al mattino ci sono ancora, ma sembra che qui nessuno li vede, neanche le istituzioni e le forze di polizia”. 

A onor del vero, nell’ultimo anno non sono mancate le azioni repressive contro caporalato e sfruttamento, ma per Mininni c’è bisogno anche di un lavoro di rete sul territorio non ancora attivo. “Ci sono state alcune decine di arresti, è vero - racconta Mininni - però noi non siamo contenti perché confermano cose che abbiamo sempre denunciato e cioè che oltre al caporalato c’è lo sfruttamento. Diversi arresti sono avvenuti in imprese che non utilizzavano caporali, ma in cui era strutturato il sottosalario e la violazione dei diritti. La legge funziona, ma noi non possiamo essere contenti perché a questo si deve associare l'alternativa che lo Stato deve dare alle imprese”. In Capitanata, però, la situazione è più problematica rispetto al resto del paese e ad altri territori, anche dal punto di vista della repressione. “A Foggia non c'è stato nulla - denuncia Mininni -, tranne un’operazione che ha portato a due arresti. Una cosa incredibile: in questi giorni siamo andati in giro e abbiamo visto un’illegalità diffusa ed è paradossale che in questo territorio non ci sia stata nessuna operazione. Ce ne sono state tante in Sicilia, in Calabria e anche in Puglia, mentre nel foggiano, salvo un caso, ne se ne sono viste”.

Foto Flai Cgil
Caporalato Cgil 2

Mentre manca circa un mese al primo compleanno della legge contro il caporalato, la Rete del lavoro agricolo di qualità su cui il ministero delle Politiche agricole (Mipaaf) ha investito tanto, anche in termini di visibilità, ne ha compiuti due qualche giorno fa, a inizio settembre. Due anni di lavoro che hanno visto l’istituzione di una cabina di regia che vede coinvolte istituzioni e sindacati, ma che ad oggi conta ancora poche aziende registrate. Sul sito dell’Inps, infatti, è possibile leggere l’intera lista delle aziende in possesso dei requisiti e ammesse alla rete, ma sono poco più di 2 mila, quando le aziende che operano nel settore agricolo in Italia superano di gran lunga le 100 mila. “La rete del lavoro agricolo di qualità non decolla - spiega Mininni -. Non sappiamo qual è il motivo e lo stiamo chiedendo ai ministeri competenti, soprattutto al Mipaaf, perché si è intestato il coordinamento del piano di azione ed è il ministero che forse oggi è un pò più distratto sulla questione. La cabina di regia non fa altro che ratificare le iscrizioni delle aziende che presentano domanda, ma in realtà la legge dà alla cabina di regia molte altre funzioni. Dovrebbe cominciare a mettere a punto le convenzioni che sui territori permetterebbero alle aziende di svolgere il trasporto e con i centri per l'impiego. È la cabina di regia che deve scrivere le convenzioni, ma non ha mai iniziato”.

A pagare le conseguenze della lentezza della macchina burocratica, però, sono anche le aziende che vogliono venir fuori dal girone infernale del caporalato e dello sfruttamento lavorativo. “Abbiamo parlato con molti imprenditori e ci chiedono come fare, ma non sappiamo dare una risposta. Sarebbe dovuta già esserci la sezione territoriale della rete del lavoro di qualità che deve trovare come punto focale sul territorio la Commissione Cisoa (Cassa Integrazione Salariale Operai Agricoli) e i Centri per l'Impiego per sperimentare nuove modalità di collocamento e di trasporto per togliere spazio vitale all’opera dei caporali. Tuttavia, lo stato su questo punto è assolutamente latitante. Colpa dei ministeri che hanno fatto tanto per approvare questa legge e che oggi non rispondono nemmeno alle interrogazioni parlamentari”. Ed è così che la campagna del pomodoro 2017 è passata senza grosse novità. “Ci avevano assicurato che dopo la raccolta degli agrumi, quella del pomodoro sarebbe stata strategica per misurarci con questi nuovi strumenti, ma hanno fatto passare anche questa. È una sconfitta per lo stato perché c’è una buona legge, lo dicono tutti i magistrati, ma è in larga parte inapplicata e chi deve farla applicare forse ormai guarda ad altro”. (ga)

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Tag: Foggia, sfruttamento lavorativo, Rete lavoro agricolo di qualità, Giovanni Mininni, Caporalato, Sfruttamento

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