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"Cronache dalle macerie", il terremoto del Centro Italia raccontato dai soccorritori

Stefano Zanut, vigile del fuoco di Pordenone, ha raccolto in un libro le voci di 30 colleghi che hanno lavorato nelle zone colpite dal sisma del 24 agosto. L’autore: “Vorrei far conoscere il backstage della macchina dei soccorsi”. Presentazione a Pordenonelegge il 17 settembre

15 settembre 2017

PORDENONE - “È la prima volta che lavoro con Greta su macerie per così dire ‘autentiche’, all’interno di un vero e proprio cratere di crollo. In precedenza l’avevo impiegata in altri contesti, oppure negli addestramenti. Quando, durante le tante ore trascorse su crateri ricostruiti ad arte, riusciva a individuare il figurante sepolto dalle macerie fittizie, lo segnalava in modo diverso, non con quell’abbaiare che sento ora. È come se mi stesse dicendo ‘guarda che qui sotto c’è qualcuno, ma non si tratta del solito figurante. Non è come le altre volte’. Lo so, è difficile crederlo, ma chi vive a contatto diretto con il proprio cane alla fine riesce a riconoscere ogni minima sfumatura”. Sabino e Greta, un vigile del fuoco e un pastore belga Malinois, sono un’unità cinofila che ha lavorato nei luoghi colpiti dal sisma del 24 agosto. Sono loro ad aver individuato Giorgia, la bambina di 8 anni estratta viva dalle macerie di Amatrice. Il suo racconto fa parte di “Cronache dalle macerie. I racconti dei soccorritori in un mondo sottosopra” (Nuova Dimensione), il libro scritto da Stefano Zanut, architetto e vigile del fuoco del comando provinciale di Pordenone, che ha raccolto le voci di 30 colleghi che, insieme a lui, sono stati impegnati nei soccorsi in Centro Italia.

Cronache dalle macerie - copertina

“Questo libro è una scommessa di tipo emotivo”, dice l’autore, Stefano Zanut. “Faccio questo lavoro da più di 30 anni ed è una storia complessa, anche affascinante. Poi ogni tanto ti fermi e pensi a te stesso, ai tuoi colleghi che i media dipingono come ‘eroi’ e che poi dimenticano perché le notizie vengono sostituite da altre più attuali. Ma la macchina dei soccorsi non si ferma, non è legata a un fatto, è ancora lì dopo 9, 10 mesi, i soccorritori continuano a lavorare, c’è una marea di cose da fare, i rilievi statici, i sopralluoghi, i beni da recuperare ed è lì che entri in relazione con le persone”. Dentro ci sono racconti semplici, puliti dalle cose difficili da raccontare. “I colleghi sono stati entusiasti di raccontare ma nessuno voleva parlare delle cose traumatiche, quelle le metti da parte – aggiunge – Invece recuperare i mobili di una signora dalla sua casa danneggiata, cosa che facciamo noi perché siamo gli unici a poter entrare nella ‘zona rossa’, è ricostruirle la vita così come realizzare un’impalcatura per consentire al campanaro di Norcia di suonare per l’ultima volta le campane della chiesa prima di portarle via”. Lo spirito del libro nasce da queste considerazioni e dalla voglia “di far conoscere il backstage dei soccorsi, far capire cosa vuol dire lavorare in quel modo, in quelle condizioni – spiega – Dentro ci sono i vigili del fuoco attraverso il loro punto di vista, il modo in cui vedono la sofferenza, il disagio, la rovina, il modo in cui si mettono in relazione con le persone, come riflettono su quello che hanno fatto”.

Ogni capitolo è un libro diverso, “perché ogni persona è diversa – dice l’autore – Ho cercato di restituire il racconto del collega usando le sue parole, ma addolcendole”. Il tratto comune, invece, è lo scenario. “I racconti a volte sono scritti in prima persona singolare, altre in prima persona plurale perché c’è un ‘io’ e un ‘noi’, perché ognuno lavora all’interno della propria squadra e per poter davvero aiutare devi essere in sintonia con gli altri”. E poi a ogni racconto è associato un nome: Stefano, Sabino, Francesco, Ivan. “Ho scelto di mettere solo il nome proprio perché Stefano può essere quello di Pordenone come quello di Catania, uno dei tanti che ha lavorato ai soccorsi. Un modo anche per rendere i racconti universali”. A un certo punto il punto di vista del racconto cambia: “È quando siamo stati coinvolti dalla scossa del 30 ottobre – ad alcuni colleghi è crollata la casa mentre ci stavano lavorando, noi stavamo per tornare a casa e siamo quasi andati fuori strada. E così eravamo al tempo stesso soccorritori e vittime”.

Stefano Zanut
Cronache dalle macerie - Stefano Zamut

Nei racconti di Zanut, quelli che riguardano le sue missioni, si parla molto di disabilità. “La prima volta che sono andato in Centro Italia il mio obiettivo era capire in che modo l’emergenza aveva impattato sulle persone disabili”, spiega. È così che leggiamo le storie di Roberta, che ha un figlio con sindome dello spettro autistico, Marco, che ha chiesto di non andare nella tenda comune a dormire perché suo figlio non poteva stare nel caos e la prima risposta che le hanno dato è stata ‘nelle emergenze non si fanno differenze’. E invece, dice Zanut, “è proprio nelle emergenze che si fanno differenze perché ognuno ha tempi di risposta diversi e per qualcuno sono più complessi. Ed è necessario considerare la diversità”. O la vicenda di Simona, di sua figlia con una disabilità cognitiva e del marito disabile a causa di un infarto che si sono organizzati per sopravvivere a un evento come il terremoto, facendo un semplice piano di emergenza. “Storie che sono esperienze e insegnano – spiega l’autore – Quella di Simona, ad esempio, ci insegna che si può fare. I vigili del fuoco ci insegnano che le persone non sono solo quelle che vedi in tv, ma c’è un mondo di cui nessuno ti parla”.

- Al di là delle competenze tecniche, come ci si prepara – emotivamente, mentalmente, per affrontare una missione in una zona terremotata? “Dipende dal momento in cui si arriva. Nelle prime ore è difficilissimo, non sai dove vai né cosa troverai e in genere non si è mai abbastanza preparati a queste cose: quando arrivi scopri che è peggio di quello che pensavi”, risponde. “Io non sono di quelli che si infilano dentro le case ma mi occupo di rilievi, progetti per mettere in sicurezza gli edifici però ero accanto ai colleghi che lavoravano all’Hotel Roma di Amatrice – racconta – e quando sei circondato dalle macerie il cervello si satura, la distruzione a perdita d’occhio ti fa perdere il senso della bellezza, della tranquillità, la possibilità della vita. Perdi tutto perché sei avvolto in un contesto in cui anche la visione compromette qualsiasi possibilità positiva”. Il problema è il dopo, quello che ti porti a casa. “Sono stato due giorni all’Aquila subito dopo il sisma del 2009 con una squadra di 80 uomini. Non sapevamo cosa avremmo trovato ed eravamo lì quando hanno trovato i ragazzi della Casa dello studente e quando sono tornato non sono riuscito a raccontare niente – dice Zanut – I familiari preferisci non coinvolgerli, solo con i colleghi riesci a parlare perché loro capiscono ed è una liberazione. Con gli altri puoi farlo solo quando hai elaborato”.

L’introduzione di “Cronache dalle macerie” è scritta da Giuseppe Romano, capo della direzione centrale delle emergenze per i Vigili del fuoco che ha coordinato i soccorsi e racconta come si è attivata l’emergenza dal punto di vista degli uomini della sala operativa. Nel libro c’è un intervento di Magdalena Wolinska-Riedi, giornalista polacca che racconta il lavoro dei Vigili del fuoco ad Amatrice dal suo punto di vista. La postfazione è scritta da Margherita Gobbi e Antonio Loperfido, psicologi del Dipartimento di Salute mentale di Pordenone che collaborano con i Vigili del fuoco sul tema del supporto psicologico, che parlano del disagio del soccorritore e dell’importanza del racconto come strumento per liberarsi. In libreria dal 14 settembre, “Cronache dalle macerie” sarà presentato in anteprima a Pordenonelegge il 17 settembre. (lp)

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