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"Gaza Surf Club", in un documentario lo spirito libero dei surfisti della Striscia

Il film dedicato ai giovani surfisti di Gaza proiettato a Bologna per presentare l’undicesima edizione del Terra di Tutti Film Festival (Bologna-Firenze, 13/15 ottobre). Filo conduttore di quest’anno: “Voci dall’invisibile”, con un focus sulle donne

16 settembre 2017

Gaza surf club 1

BOLOGNA - Una striscia di terra su cui vivono 1 milione e 700 mila cittadini, incastrata tra Egitto e Israele e isolata dal resto del mondo. È Gaza: 42 chilometri di costa con un porto a cui le barche non attraccano più. Le nuove generazioni crescono con bassissime prospettive, siano esse occupate o in cerca di lavoro. Ma davanti a questo orizzonte, è nato anche un piccolo – ma importante – movimento: il Gaza Surf Club, i surfisti della Striscia. Sono loro i protagonisti dell’omonimo documentario (Germania, 2016) di Philip Gnadt e Mickey Yamine. “I nostri attori – spiegano i registi – sono cittadini di Gaza. Negli ultimi anni circa una quarantina di tavole da surf sono entrate in questa terra, grazie a numerosi sforzi e malgrado il rischio di forti sanzioni. Sono queste tavole che hanno regalato ai ragazzi la possibilità di respirare un po’ di libertà”.

-Un uomo nel film chiama Gaza “la più grande prigione all’aperto al mondo”: prigione che, però, non ha impedito allo spirito di questi giovani di essere libero. “Gaza Surf Club” è la storia di un gruppo di irriducibili che ha trovato nel mare – “pur confine del loro carcere”, puntualizzano Gnadt e Yamine – il modo di dare un senso e una prospettiva alla loro vita. Ibrahim dovrebbe diventare un pescatore, ma sogna un visto per inseguire la sua passione alle Hawaii. Sabah ha cominciato a fare surf a 5 anni, gliel’ha insegnato suo papà. È la prima ragazza a essere entrata nel club ma, raggiunta la pubertà – oggi ha 18 anni – ha dovuto indossare l’hijab: i suoi genitori le hanno organizzato un matrimonio, dicendole di rinunciare al costume da bagno e al surf. “Finché erano piccole, lei e sua sorella, non c’era nessun problema. Ho usato tre mesi di stipendio per comprare una tavola da surf per la famiglia. Oggi entrambe sono grandi, sposate: il surf non è più un’attività consona”, spiega il padre che, bagnino e riparatore di barche, è stato surfista lui stesso fino al giorno in cui ha avuto un incidente alle gambe. Ma Sabah non si rassegna: “Vorrei tornare a quando ero piccola: solo sulla tavola da surf mi sento libera. Mi piacerebbe insegnare questo sport alle bambine”. “Tutti loro vorrebbero viaggiare e partecipare alle competizioni in Francia e alle Hawaii – continuano i registi tedeschi –, ma ottenere un permesso dalle autorità israeliane è molto difficile”.

“Gaza Surf Club” ha debuttato lo scorso settembre al Toronto International Film Festival e, dopo una serie di partecipazioni a concorsi europei, americani e asiatici – ma è stato proiettato anche in Australia, Egitto e Israele – lo scorso giugno è arrivato in Italia, a Bologna, in concorso al Biografilm. È tornato a Bologna all’interno della rassegna estiva Kilowatt Summer per presentare ufficialmente la prossima edizione del Terra di Tutti Film Festival, in calendario tra Bologna e Firenze dal 13 al 15 ottobre. L’undicesima edizione del festival organizzato da Gvc e Cospe avrà come filo conduttore “Voci dall’invisibile”, con particolare attenzione alle invisibili fra gli invisibili: le donne. Tra le novità di quest’anno, la collaborazione con il Nazra Palestine Short Film Festival, festival di corti palestinesi d’autore, presentati in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia lo scorso 8 settembre. La rassegna, itinerante, avrà una sezione speciale proprio all’interno della giornata inaugurale del festival, venerdì 13 ottobre presso la Cineteca. 

Tanti, come sempre, i temi dei film in concorso: dai rifugiati al terrorismo, passando inevitabilmente dai conflitti in Medio Oriente. La vita nei campi rifugiati in Giordania, Turchia e Libano, ma anche a Calais e in Italia; la guerra in Siria (come ne “La rivoluzione confiscata” di Paul Moreira); conflitti dimenticati come quello che vede vittima il popolo Sahrawi, il conflitto endemico in Congo e quello ambientale in America Latina. Come detto, particolare attenzione sarà riservata alle voci femminili: quelle delle madri palestinesi, irachene, afghane e siriane dai campi profughi libanesi (“The Mother’ Refugees” di Dima Al Joundi); quella di Soukeina, sahrawi “desaparecido” per 12 anni in una delle carceri illegali marocchine (“Soukeina, 4400 dìas de noche” di Laura Sipan Bravo); quella di Hadijatou, venduta come schiava bambina in Niger e prima donna a fare causa al proprio paese e a vincere (“Free Hadijatou vs the State” di Lara Gomà); quelle delle volontarie che assistono i minori non accompagnati nella cosiddetta giungla di Calais.

Gaza surf club 2

“Da sempre ci occupiamo di Africa, America Latina, Medio Oriente, ma quest’anno non parleremo più solo dei cosiddetti ‘sud del mondo’, slogan che ci ha accompagnato per molti anni ma a cui abbiamo rinunciato. Dare spazio alle voci invisibili significa anche accogliere tanta Europa – spiegano i direttori del festival Stefania Piccinelli (Gvc) e Jonathan Ferramola (Cospe) –. Vorremmo provare a spiegare cosa sta succedendo ai nostri confini e nel nostro mare”. (Ambra Notari) 

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