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I vestiti alla moda? La maggior parte finisce nei rifiuti. "Riciclare non basta"

Alla vigilia della settimana della moda, Greenpeace pubblica il rapporto "Fashion at the crossroads" per denunciare "il consumo eccessivo" di materiale tessile. Per questo l'industria della moda deve "mettere un freno" alla produzione. Parole chiave: rallentare, impatto, circolarità

18 settembre 2017

- MILANO - L'industria della moda deve "mettere un freno" alla produzione e "allungare la vita dei capi d'abbigliamento". Non basta il riciclo, occorre ridurre la quantità di rifiuti. Alla vigilia della settimana della Moda a Milano, Greenpeace pubblica il rapporto "Fashion at the crossroads" (La moda al bivio) nel quale sottolinea che "il consumo eccessivo di prodotti tessili è il problema ambientale più grande da affrontare". Non solo. "La promozione del mito della circolarità, secondo cui gli indumenti possono essere riciclati all’infinito, sarebbe addirittura controproducente perché potrebbe incentivare un consumo privo di sensi di colpa". Secondo l'associazione ambientalista "nei paesi in cui il consumismo eccessivo è predominante, la stragrande maggioranza degli abiti a fine vita viene smaltito insieme ai rifiuti domestici finendo nelle discariche o negli inceneritori. È questo ad esempio il destino per più dell’80 per cento degli indumenti gettati via nell’Ue". Nel rapporto Greenpeace propone anche modelli alternativi di produzione, già esistenti. 

Sono 12 i passi che l'industria della moda, in particolare i grandi marchi, deve compiere per ridurre il suo impatto negativo sulla Terra. Possono essere sintetizzati in quattro parole: rallentare, impatto, circolarità e sistema. "Rallentare" significa che la produzione deve utilizzare meno materiale tessile nuovo e allungare il ciclo di vita degli abiti. Per fare questo deve contribuire a "porre fine all'accumulo di vestiti negli armadi delle persone" sviluppando servizi di riparazione, condivisione e leasing di abiti e rivendita degli usati. Non solo. Smettere di incentivare col marketing e la pubblicità l’attuale modello di consumo basato sull’usa-e-getta tipico del fast fashion". Per "ridurre l'impatto" l'industria della modo deve impiegare più cotono biologico e certificato fairtrade" e meno fibre sintetiche come il poliestere e in generale derivanti dal petrolio. La "circolarità" richiede alla aziende di adottare strategie di produzione che curino tutto il ciclo di vita di un abito, quindi anche la sua raccolta e il suo riciclo. Inoltre va incentivato l'utilizzo delle fibre riciclate rispetto alle fibre vergini. È il "sistema" di produzione e promozione che deve insomma cambiare e diventare sempre più trasparente. "I grandi marchi dovrebbero assumere il ruolo di leader per fare in modo che la trasparenza e la tracciabilità delle filiere diventi la norma per tutti" mentre ai governi spetta il compito di incentivare sistemi di produzione e commercio più virtuosi. (dp)

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Tag: Riciclaggio, Greenpeace, Ambiente

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