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Giovani senza lavoro: dalle aziende allo Stato, è ora di uno scatto di dignità

L'Italia è maglia nera in Europa per l'incidenza dei giovani (15-29 anni) sul totale dell'impiego: 12%. Il quadro è preoccupante: sono a carico dei genitori, ritardano a crearsi una famiglia. E’ una responsabilità degli adulti: lamentarsi non porta a nulla, appellarsi a terzi nemmeno. L'analisi di don Vinicio Albanesi (Comunità di Capodarco)

26 ottobre 2017

- Recentemente sono stati pubblicati i dati che riferiscono all’impiego dei nostri giovani, sia maschi che femmine, in Italia al lavoro. Le statistiche dicono che la media degli occupati in Italia è di 44 anni. L’incidenza dei giovani (15-29 anni) sul totale dell’impiego è del 12%, maglia nera rispetto alla Francia che ha un tasso di occupazione del 18,6%, del 19,5% della Germania e del 23,7% del Regno Unito. A conferma di ciò dal 1996 al 2016 i giovani occupati in ufficio o in fabbrica sono diminuiti di 1.860.000 unità, che significa il -40% contro una media europea del -9,3%. In compenso le persone occupate oltre i 50 anni sono cresciute di 3 milioni e 600 mila, arrivando così alla quota dell’89,8%.

I dati vanno sempre interpretati e la spiegazione di una siffatta situazione può essere molteplice. I nostri ragazzi arrivano tardi al lavoro? Sono troppo specializzati? Non esistono proprio le occasioni di lavoro? Qualunque sia la spiegazione il quadro è preoccupante perché ha una serie di effetti a grappolo: i giovani sono a carico dei genitori, ritardano a crearsi una famiglia, sono umiliati ma anche abituati a una  specie di attesa di eventi futuri, andranno in pensione (se vi andranno) molto tardi. Il futuro rischia di essere nero. Eppure nelle relazioni pubbliche e private la discussione si riduce a lamentarsi, a invocare o a essere costretti a cercare qualche conoscenza o amicizia che possa sistemare un ragazzo o una ragazza.

Nessuna programmazione, nessun orientamento, nessuna riscossa. Viene il fondato dubbio che l'investimento di risorse di progettazione economica, con il coinvolgimento dello Stato, delle aziende e del privato sociale, prima che disattento sia assente. Una specie di vuoto che viene ricoperto dall’esistente, senza uno sguardo che vada al di là dell’oggi. Da troppo tempo la stagnazione è intellettuale e politica, di impegno e di idee, non facendo intravedere nessun futuro. E’ una responsabilità degli adulti: lamentarsi non porta a nulla; appellarsi a terzi nemmeno. Forse è giunto il momento di uno scatto di dignità e di creatività, che coinvolge ogni energia: singolare, familiare, aziendale, pubblica.

© Copyright Redattore Sociale

Tag: lavoro, Comunità di Capodarco, Don Vinicio Albanesi, giovani

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