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Carcere: dalla scrittura espressiva un nuovo modo per trattare i disturbi mentali

Parte dall’università di Bari il progetto gemellato con la New York University e che sta interessando 3 istituti di pena italiani. Gli obiettivi: promuovere la resilienza, testare il grado di disagio, ridurre il rischio di suicidi. Ed è in cantiere la creazione di un nuovo manuale

14 novembre 2017

- BARI – La scrittura espressiva come modello per promuovere la resilienza tra la popolazione penitenziaria, testare il grado di disagio, ridurre il rischio di suicidi e rilasciare effetti benefici sulla condizione psicofisica dei detenuti. Si chiama “MeNS SANA”, acronimo di Metodo Narrativo Sperimentale di Scrittura Autobiografica, Nosologia e Analisi, il progetto che parte dalla Puglia, coinvolge dirigenti penitenziari e ricercatori dell’università di Bari ed è gemellato con la New York University.
Avviato all’istituto penale minorile del capoluogo pugliese e successivamente a quelli di Treviso e Acireale, tra circa un mese approderà nelle carceri per adulti di Lecce e Trani e vede, tra gli obiettivi di punta, la creazione di un nuovo manuale di trattamento, in linea con gli studi che si stanno compiendo anche oltreoceano. Nel ruolo di ricercatrice, Lydia de Leonardis, dirigente penitenziario del Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), già alla direzione del carcere di Bari, ora in aspettativa proprio per sviluppare il nuovo progetto.

“Collaboro da un anno con l’università – racconta la dirigente - e, dopo aver vinto un concorso di dottorato ho scelto volutamente il curriculum in Psicologia clinica e giuridica. Nel corso del lavoro svolto in carcere sono arrivata alla convinzione che dovremmo cambiare alcune modalità di trattamento, soprattutto di tipo tradizionale, e trovare soluzioni che siano molto più specialistiche. Questo sia per gli aspetti riabilitativi, per chi ha problemi fisici, sia per chi presenta deficit di tipo psichiatrico e psicologico. Mentre altri obiettivi riguardano le psicoterapie che possono essere realizzate in carcere, utili anche per un monitoraggio più attento ai rischi suicidari”.

Il progetto parte dalla premessa che “tra i soggetti detenuti (adulti ed ancor più giovani) si registrano allarmanti tassi di problemi di salute mentale. In particolare, l’esposizione a traumi (ad esempio il maltrattamento) è un’esperienza fondamentale che amplifica il rischio per la delinquenza e la recidiva. Nonostante una profonda necessità di rispondere ai bisogni di salute mentale di questi soggetti reclusi, vi è una scarsità di trattamenti trauma-informati e centrati clinicamente”. Nel solo carcere di Bari (dati 2015-2016) si è registrata un’incidenza di disturbi mentali pari ad un quarto della popolazione: su 400 detenuti 100 erano seguiti dal Servizio di 
Salute Mentale.
Un numero molto alto che riguardava generalmente soggetti affetti da disturbi della personalità.

I diversi step del progetto: “Prima di tutto – spiega Lydia de Leonardis - realizziamo uno screening molto accurato con psicodiagnostici collaudati per verificare lo stato psicologico del soggetto. Poi si parte con il laboratorio legato a un modello sperimentato dal professor James W. Pennebaker dell’università del Texas negli anni ’90 e che in tutti questi decenni è stato al centro di una serie di studi. L’invito alla scrittura autobiografica prevede la costituzione di 2 gruppi: quello di controllo e quello sperimentale. Il secondo è invitato a scrivere su un trauma profondo, non raccontato. I benefici sui partecipanti, testati con un monitoraggio delle condizioni cliniche, registrano un incremento delle difese immunitarie, il miglioramento dell’umore e, soprattutto, riusciamo a creare un setting interposto con questo foglio, abituando l’utente a confrontarsi col suo vissuto traumatico, a tirarlo fuori e a poterci lavorare come operatori. Attraverso una serie di esperimenti, i ricercatori hanno scoperto che quando i soggetti mettono in chiaro con le parole i loro sconvolgimenti, lo stato fisico e mentale migliora notevolmente”.

Nella seconda fase del progetto si effettua un nuovo monitoraggio per riverificare le condizioni psicofisiche e le funzioni cognitive ed esecutive dei soggetti: “tutto quello – sottolinea la dirigente - che riguarda l’elaborazione e la rielaborazione dell’utente in termini psicologici. Attraverso questo tipo di informazioni, noi possiamo intervenire e creare un percorso che, dove occorre, è anche di tipo riabilitativo”. “Se riuscissimo ad estendere il progetto in tutti gli istituti – ipotizza la ricercatrice – si concretizzerebbe il più grande studio condotto per un modello trattamentale in carcere. Anche l’equipe del professor Pennebaker condusse un’importante ricerca nel ‘98 in un istituto di massima sicurezza degli Stati Uniti con un campione di 200 detenuti dell’alta sicurezza e molti malati psichiatrici. I risultati migliori furono rintracciati con i sex offender, soggetti di difficile trattamento, e questo ci potrebbe aprire la strada anche a nuove sperimentazioni per questa tipologia di detenuti ad alta recidiva”.

Al centro del progetto, anche la creazione di un nuovo manuale di trattamento che la ricercatrice sta sviluppando insieme al dipartimento di Scienze della Formazione, di Psicologia e Comunicazione dell’università di Bari. “Crediamo molto a questo nuovo manuale – conclude la dirigente – che stanno elaborando anche negli Stati Uniti. Un’altra ricercatrice americana sta lavorando in questa direzione sui minori a rischio o con seri problemi di devianza e anche lei sta elaborando un documento per la fascia giovanile. Con la mia piccola equipe stiamo lavorando a una progettualità mirata su persone che sono portatrici non solo del disagio che prova chiunque sia chiuso in un carcere, ma anche di grandi sofferenze passate: traumi profondi che molto spesso sono alla base del comportamento deviante e di quello che desocializza e porta fuori dal tessuto familiare e sociale”. (Teresa Valiani)

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