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Volontari e persone "in emergenza": una casa in cui crescere insieme

Parlano i protagonisti del progetto “Dire, fare, Abitare-Emergenza dimora”. Due appartamenti a Bergamo dove alcuni giovani vivono per un anno insieme a persone temporaneamente in difficoltà e senza casa o a minori stranieri non accompagnati. Con il supporto del Csv

16 novembre 2017

Csv - Dire, Fare, Abitare - Emergenza Dimora

“Questa esperienza è bellissima, può servirti per crescere. E ti divertirai”. È iniziata così un anno fa l’esperienza di Miriam, volontaria in una delle due case del progetto “Dire, Fare, Abitare - Emergenza Dimora”, che si concluderà il prossimo dicembre. Nato a Bergamo nel 2009, finanziato nella fase di start-up da Fondazione Cariplo, il progetto offre l'opportunità a persone che si trovano in situazione di emergenza abitativa e di fragilità temporanea (adulti italiani e stranieri e minori stranieri non accompagnati) di vivere per un periodo in una casa accogliente insieme a giovani volontari. A questi è richiesto di abitarci per un anno, condividendo la quotidianità con gli ospiti e altri volontari, ma continuando a portare avanti i propri impegni quotidiani, dallo studio al lavoro.

- Sono case in cui tutti entrano in punta di piedi, ansiosi di conoscersi e di capire come sarà la vita insieme, a volte anche con un po’ di paura. “In una casa vera, una in cui si vive assieme, il frigorifero è il vero e unico custode delle stranezze e delle abitudini dei suoi inquilini, - racconta Miriam. - Quando sono arrivata nel gennaio 2017 c’era un tripudio di salumi e formaggi, salse, wurstel, carne di pollo, budino al cioccolato… Ad agosto ho notato due scompartimenti di verdure già parzialmente tagliate in almeno quattro modi diversi, 2 kg di riso al vapore, un paio di uova, una decina di yogurt alla frutta, un formaggio fresco senza lattosio. Tutte cose che mi hanno aiutato a capire chi sono e chi avevo intorno, come vorrei o come non vorrei cambiare. Un sorprendente esperimento di gusti, ricette e pure follie in cui ho potuto imparare a cucinare… o più spesso a lavare i piatti”.

Così intorno a questa tavola volontari e ospiti del progetto hanno imparato a conoscersi, ad ascoltarsi e a convivere. Anche se non sempre è stato semplice: “A volte mi ci sono seduto come chi riceveva un pasto dai miei compagni di viaggio, – racconta Gianluca, – a volte come chi preparava per gli altri e se ne prendeva cura. Ed essere vegetariano non è stato facile in una casa con diciassettenni strettamente carnivori…”.

A gestire i due appartamenti è una rete di soggetti impegnati a vario titolo nell’housing sociale: Opera Bonomelli, cooperativa Il pugno aperto, cooperativa FaMille, comune di Bergamo e parrocchia di Longuelo. Nella casa di Città Alta, messa a disposizione dal comune, sono ospitate persone che avviano percorsi di vita autonoma dopo aver vissuto situazioni di difficoltà; in quella di Longuelo, invece, alloggiano minori stranieri non accompagnati. Ogni appartamento può accogliere un massimo di 7 persone, tra volontari e ospiti: numeri piccoli, a differenza delle classiche strutture assistenziali, che consentono a chi vive dentro questi spazi di costruire relazioni anche con il territorio in cui abitano.

Un’esperienza di volontariato a tutto tondo per questi giovani, un percorso denso che in qualche modo segna un prima e un dopo. Tanto che a volte sembra di essere distanti anni luce dalla vita “di prima, - spiega Arianna. – Ogni tanto avevo la sensazione che i due mondi non avessero nulla in comune. Ma è stato bellissimo vedere mia nonna dopo 10 mesi seduta nella mia cucina a chiacchierare con i miei coinquilini, interessata e curiosa. Certo c’è stata anche un po’ di fatica: ho avuto momenti di profonda confusione. Ho riempito chi mi stava intorno di domande. Ci sono stati pianti di stanchezza, momenti di tristezza, grida di aiuto... E a poco a poco ognuno di noi si è svelato”.

Dopo un anno di progetto, gli operatori di CSV Bergamo hanno aiutato i volontari a rileggere questa esperienza, provando a capire come li ha cambiati e come possa diventare patrimonio per chi arriverà dopo di loro. Per Arianna “Dire, fare abitare ha fornito un punto di vista, una finestra sul mondo. È stato come stare su una scala che non finisce: la sfida è raggiungere la giusta dimensione per riuscire a percorrerla. Ci si può fermare per tutta la vita se non si ha il coraggio di guardare di sotto o di alzare la testa”. Per Gianluca, invece, è stata un’occasione per poter lavorare su di sé: “Ho dovuto imparare ad accettare veramente me stesso, comprese le fatiche e i difetti. E così accettare anche gli altri, con le loro fatiche diverse dalle mie”. Tra poco saranno pronti a chiudere per l’ultima volta la porta di queste case, lasciando spazio a nuovi giovani desiderosi di cominciare un viaggio dentro ad una casa che aiuta a diventare grandi insieme.

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Tag: Csv, Volontariato

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