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Startup sociali, requisiti da rivedere: "più attenzione all’impatto, meno alla tecnologia"

L’esperienza milanese di Make a Cube, uno dei pochi incubatori italiani specializzati in imprese ad alto valore sociale, ambientale e culturale raccontata dal suo amministratore delegato, Matteo Bartolomeo. “Molti progetti non riescono a qualificarsi come startup innovative e restano fuori da quel riconoscimento”

24 novembre 2017

- ROMA - Allentare le maglie del requisito tecnologico puntando di più sull’impatto sociale per diventare una startup innovativa a vocazione sociale (Siavs) e rivedere il sistema degli incentivi. È questa per Matteo Bartolomeo, presidente di Avanzi e amministratore delegato di Make a Cube, primo incubatore in Italia specializzato in imprese ad alto valore sociale, ambientale e culturale, la roadmap da seguire per incentivare e sostenere il mondo delle Siavs in Italia. Sebbene non manchino idee e spazi di intervento, infatti, ad oggi le statistiche ufficiali riportano soltanto un centinaio di esperienze lungo tutto lo stivale, ma i dati del Ministero dello sviluppo economico non sembrano render giustizia al fermento che c’è in questo settore. E a Make a Cube lo sanno bene. Nato nel 2011 come spinoff di Avanzi (realtà che opera da 20 anni in diversi ambiti dell’innovazione sociale, ambientale e di politiche per la sostenibilità che oggi detiene il cento per cento delle quote di Make a Cube), l’incubatore milanese accompagna progetti di nuova impresa e spesso proprio start up innovative tipicamente a vocazione sociale. “Per la nostra storia e per la nostra riconoscibilità sul mercato - spiega Bartolomeo -, abbiamo una certa attrattività per i progetti imprenditoriali che vogliono fare qualcosa sul sociale, trovare soluzioni a problemi sociali e ambientali. È piuttosto raro che alla nostra porta bussino imprenditori che non hanno nulla a che vedere con il tema sociale, ambientale e culturale”.

Circa una sessantina i progetti di nuova impresa selezionati dopo un periodo di preincubazione e seguiti da Make a Cube ogni anno, ma non tutti hanno i requisiti per essere considerate Siavs e accedere al registro. “A mio avviso le startup che potrebbero iscriversi tra quelle a vocazione sociale sono generalmente di più, ma ci sono due tipi di problemi - aggiunge Bartolomeo -. C’è un problema di interpretazione dei requisiti della normativa, ma c’è anche un problema che riguarda la natura delle nuove imprese sociali. Sull’interpretazione è un fatto noto che le Camere di commercio abbiamo delle interpretazioni molto diverse sul concetto di startup. Per alcune la tecnologia è un pilastro fondamentale. Per altre invece non lo è e la normativa è un po’ ambigua da questo punto di vista”. E nel caso delle nuove imprese sociali, spiega Bartolomeo, è molto raro che sviluppino una tecnologia. “Piuttosto la adottano - continua l’ad di Make a Cube -. A volte anche combinazioni di tecnologie diverse”. Anche i benefici fiscali non sembrano essere più un incentivo a diventare Siavs. “C’era una leggera differenza di beneficio tra le startup innovative e quelle a vocazione sociale - racconta Bartolomeo -. Oggi questa differenza si è appiattita, quindi non c’è più una ragione per iscriversi come startup innovativa a vocazione sociale o addirittura è penalizzante perché ci sono degli obblighi in più. Oggi non c’è una vera e propria ragione per diventare una Siavs se non avere una bandiera che un’organizzazione si mette in testa per farsi riconoscere come un’organizzazione a vocazione sociale. Nel mercato dei capitali e dei venture capital non ci sia premialità, se non addirittura potrebbe esserci un discrimine negativo. Se a vocazione sociale forse è meno profittevole di una startup innovativa”.

Eppure le esperienze di successo non mancano: quelle sostenute dall’incubatore milanese e raccontate sul proprio portale ne sono la prova. “Vediamo un grande fermento tra le startup culturali, anche se il nostro campione è inquinato dal fatto che tipicamente operiamo attraverso delle call tematizzate perché magari abbiamo un committente, come ad esempio la Fondazione Cariplo, con un programma che si chiama Innovazione Culturale. Su questo fronte, però, ci sono molti spazi di lavoro e fortissime passioni. Ci sono molti ragazze e ragazzi che vogliono fare cultura e lo fanno nella forma dell’impresa”. È il caso di Movieday, una piattaforma web che promuove il cinema in sala attraverso il diretto coinvolgimento del pubblico. Approdata nell’incubatore nel 2014 e oggi operativa sulla propria piattaforma. “È nata come una specie di Groupon per il cinema di qualità - racconta Bartolomeo -. Realtà che si consorziano per creare un blocco dal lato della domanda e chiedere una proiezione di film al cinema. Una proiezione collettiva. Quando si raggiunge un certo numero, la sala fa vedere il film scelto dai curatori di Movieday. Nel tempo però è diventata anche una piattaforma distributiva per il cinema indipendente. Si tratta di un modello molto interessante”. Tra le startup seguite da Make a Cube c’è anche Ultraspecialisti, una startup innovativa a vocazione sociale in ambito medico sanitario che ha realizzato una piattaforma web che mette in connessione pazienti e care giver con i migliori medici specialisti nelle diverse discipline. “Si tratta di una piattaforma molto sofisticata - continua Bartolomeo - su cui si può chiedere un parere medico sulla base di una cartella clinica in cinque giorni. Questo accorcia moltissimo il tempo per ottenere un parere medico di livello altissimo. Il vantaggio è anche economico: in questo modo si evitano i viaggi della speranza, soprattutto dal Sud. Ultraspecialisti sta facendo cose molto interessanti e adesso sta mettendo in piedi una piattaforma su diverse specialità sempre in ambito di tumori e tra poco si allargherà ad altre patologie”.

Tante idee e tanta voglia di fare impresa che per Matteo Bartolomeo va sostenuta. “Per le Siavs allenterei un po’ il requisito tecnologico - spiega -, perché credo che ci siano molti progetti che secondo le maglie strette di alcune Camere di commercio non possono qualificarsi come startup innovative. È un vero peccato perché queste imprese rimangono fuori da quel riconoscimento che non è che offra grandissimi vantaggi, ma qualcuno sì”. Occorre quindi rivedere leggermente i requisiti, quindi, con un approccio “più morbido sul requisito tecnologico e più stringente sull’impatto”, aggiunge Bartolomeo. Poi occorre modificare il sistema degli incentivi “oggi molto focalizzato sul vantaggio fiscale per gli investitori - aggiunge Bartolomeo -. In particolare per le Siavs, credo che si possa inserire un minore cuneo fiscale oppure altre forme di incentivi calibrati rispetto alla natura più labour-intensive rispetto a quella capital-intensive di una startup innovativa tout court”. Sul fronte degli investimenti e dei capitali, però, qualcosa sta cambiando, assicura Bartolomeo. “Credo che il mondo, da questo punto di vista, stia cambiando in senso positivo. Nei prossimi anni mi aspetto la nascita di diversi operatori, intermediari e gestori di capitali”.(ga)

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