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Visita in Myanmar. "Rohingya", parola proibita anche per Papa Francesco

E' cominciata la visita apostolica di Papa Francesco, che rimarrà in Myanmar e Bangladesh fino al 2 dicembre. Il Pontefice vuole dare un segnale di unità non solo alla comunità cattolica ma a tutta la popolazione, in un momento delicato. Da fine agosto l'esodo dei profughi Rohingya verso il Bangladesh ha causato una tragedia umanitaria

27 novembre 2017

- ROMA - E' cominciata la visita apostolica di Papa Francesco, che sarà in Myanmar e Bangladesh fino al 2 dicembre. Il Pontefice vuole dare un segnale di unità non solo alla comunità cattolica ma a tutta la popolazione, in un momento delicato: da fine agosto l'esodo dei profughi Rohingya verso il Bangladesh - 622 mila secondo l'Unhcr, che vanno ad aggiungersi ai 160 mila già presenti - ha causato una tragedia umanitaria. La difficile convivenza tra le oltre 135 minoranze in Birmania è un fatto annoso, e ora tutti attendono di vedere se il Pontefice pronuncerà o meno la parola "rohingya", come hanno chiesto di non fare i vescovi birmani.

La vicenda ha inoltre minato la reputazione del Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi: fedele alla linea adottata negli anni della giunta militare, la "Lady" sostiene che i Rohingya non siano una minoranza etnica birmana, bensì immigrati bengalesi. Cosa diversa si afferma dal vicino Bangladesh. Ciò non toglie che Naypyidaw e Dacca la settimana scorsa abbiano raggiunto un accordo per rimpatriare i profughi. Accettati però solo quelli che sapranno dimostrare di aver davvero vissuto in Myanmar, elemento tutt'altro che scontato, dal momento che dagli anni Ottanta è stata negata loro la cittadinanza e quindi la maggior parte non possiede un documento di identità.

Non solo il Vaticano si sta muovendo per favorire una soluzione: il 19 novembre Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera Ue, ha visitato i campi profughi di Cox's Bazar e dichiarato che "bisogna porre fine alle violenze contro i Rohingya, favorire l'accesso agli aiuti umanitari nel Rakhine nonché garantire il ritorno a casa in piena sicurezza per i profughi". Mogherini ha poi confermato il sostegno dell'Unione al processo di transizione dell'ex Birmania verso la democrazia.
Rex Tillerson, segretario di Stato Usa, qualche giorno prima è volato a Naypyidaw: prima ha bocciato la proposta - avanzata da alcuni Paesi - di imporre sanzioni economiche per punire le persecuzioni dei Rohingya, giudicandole non utili al dialogo. Sposando la linea delle Nazioni Unite, ha poi detto che contro i Rohingya è in atto "un genocidio" e ha quindi esortato Suu Kyi a intervenire.

L'Unhcr ha calcolato che per affrontare tutti bisogni dei profughi a Cox's Bazar - dove manca tutto, dal cibo agli alloggi, fino alle strutture igienico-sanitarie - servono 83.7 milioni di dollari. (DIRE)

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