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Storia di Hamdan, guida turistica "alternativa" in Palestina

Nel suo Paese la disabiltà è qualcosa di cui vergognarsi. La sua famiglia lo ha tenuto rinchiuso in casa per 11 anni. Poi è riuscito a scappare e oggi, nonostante le stampelle, fa la guida turistica. La sua storia è raccontata in un libro scritto da Franca Dumano

03 dicembre 2017

- RIMINI - Hamdan non cammina bene. Ha bisogno delle stampelle per muoversi. Nonostante questo Hamdam Jewe’i in Palestina, il suo Paese, fa la guida turistica. “Una guida turistica alternativa”, come si definisce lui. Abbiamo incontrato Hamdam a Rimini, in occasione della presentazione del libro “Il cammino di Hamdan” di Franca Dumano, che racconta la sua storia. Insieme a lui c’era Riccardo Sirri, direttore di Educaid, ong che si occupa di progetti di sviluppo in diversi Paesi, tra cui la Palestina. Progetti di sviluppo che hanno a che fare anche con ragazzi disabili che non sono solo i beneficiari di un aiuto, ma sono, in primis, gli attori della propria autonomia.
Hamdan è un’immagine di questa autonomia che non viene fermata da un problema fisico. Ma ne ha dovuta fare tanta, di strada, per arrivare a essere una persona libera. È dovuto uscire vivo dai primi 11 anni della sua vita, un periodo in cui, come dice lui stesso, “mi stupisco di aver trovato la forza di superare la disperazione”.

"Il cammino di Hamdan” di Franca Dumano

“Sono nato disabile – racconta Hamdan – e in Palestina questo è un problema più che in altri posti. Perché la disabilità è considerata una punizione, qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa da non mostrare, da tenere in casa, da nascondere. I disabili non hanno diritto all’esistenza. Ero un problema non solo per i miei genitori, ma anche per i miei fratelli, soprattutto quelli in età da matrimonio, perché la mia condizione avrebbe potuto spaventare le famiglie dei futuri mariti e mogli. E se anche loro avessero avuto un figlio disabile? La mia presenza era una condanna in partenza: ha un fratello disabile, ergo anche lui potrebbe avere figli disabili”. Il mio handicap, l’handicap, Hamdan ne parla senza enfatizzare la parola. È qualcosa che lo accompagna, nulla di più. “Non incolpo la mia famiglia. Purtroppo in Palestina è la mentalità comune. C’è una grande arretratezza culturale, molta povertà, tanta ignoranza. Si cresce così, è il pensiero dominante, anzi, la normalità. I disabili non si conoscono e fanno paura, addirittura anche paura del contagio.

Ho passato i primi 11 anni della mia vita in casa, nella mia camera. In carcere praticamente. Non potevo uscire, nessuno sapeva della mia esistenza. Io ovviamente questo non lo sapevo. L’ho scoperto a 11 anni, quando, disperato, un giorno ho atteso che mia mamma mi portasse da mangiare, l’ho presa di sorpresa e sono riuscito a scappare. È stato un vicino a raccogliermi, un vicino che non sapeva nulla di me. Per me è stato un colpo durissimo”.

Quando parla di casa, Hamdan si riferisce al campo profughi di Dheisheh a Betlemme. Un luogo circondato da mura alte decine di metri, con torrette di controllo militari. Un luogo nel quale vivono, stipate in circa 1,5 chilometri quadrati, più di 3.400 persone provenienti da 45 villaggi a ovest di Gerusalemme, fuggiti durante la guerra arabo israeliana del 1948. Una situazione che sfianca e logora anche chi di disabilità non ne ha, costretto a vivere in un carcere a cielo aperto, con poche possibilità di uscire e trovare lavoro. I disabili si trovano un gradino più in basso, e vivono difficoltà ancora maggiori. “Ho passato alcuni giorni col vicino, durante i quali ho cercato, insieme a lui, di riallacciare i rapporti con la mia famiglia. All’inizio è stato difficile. Ottenevo solo rifiuti. Poi lentamente i miei mi hanno conosciuto, hanno capito chi sono, e allora mi hanno chiesto scusa e mi hanno voluto con loro. Sono rimasto colpito dalle parole di mia mamma: io non sapevo cosa fare con un figlio handicappato. Lo Stato non aiuta le persone handicappate. Ci sono delle leggi, ma la realtà è difficile sotto occupazione. Oggi sono diventato il punto di riferimento della mia famiglia: mi chiamano quando hanno bisogno di consigli, quando vogliono parlare, sono sempre con loro in tutte le occasioni sociali”.

Undici anni nei quali la noia e la disperazione sono state insopportabili e più volte Hamdan ha tentato il suicidio, fortunatamente senza riuscirci. Poi a 11 anni scopre il mondo, e, se pur in ritardo, viene iscritto a scuola. Soddisfatto? A posto? No, Hamdan cerca di aiutare i ragazzi che sono nella sua stessa situazione. “Sono tanti i disabili che vengono ancora nascosti in casa, magari scoperti solo quando sono morti. Certo, gli anni sono passati anche da noi e la situazione è migliorata, ma non tanto. Io sono andato in giro per il campo a raccontare la mia storia e a cercare di tirare fuori gli altri dalla prigione in cui sono stato anche io. Alcuni li abbiamo salvati, altri non ce l’abbiamo fatta, di alcuni non abbiamo saputo nulla: non sono mai esistiti, non li abbiamo mai trovati. C’è chi non vuole parlare con me: hanno paura che voglia cambiare la loro cultura, la loro mentalità”.

Ma le peregrinazioni di Hamdan non sono finite, anzi, sono appena iniziate. Nei primi anni del 2000 un incontro cambia la sua vita: una persona prende a cuore la sua storia e lo porta in Germania per un intervento che potrebbe migliorare la sua mobilità. Dalla Germania poi passa in Calabria, in Italia, in un altro ospedale e da lì a Roma, dove finalmente viene operato. “L’italiano l’ho imparato negli ospedali, a forza di ascoltare persone che parlavano la vostra lingua. Ho incontrato solo una volta un tunisino, ma parlava un arabo per me incomprensibile”. Hamdan parla anche un ottimo inglese, imparato come l’italiano tra infermieri e letti di ospedale. In Calabria vede per la prima volta il mare. In Calabria, a quasi 2 mila chilometri da Betlemme, nonostante il Mediterraneo sia a soli 60 chilometri dalla città palestinese. Contraddizioni di una terra lacerata. Ma Hamdan non sputa sentenze sulla politica. Certo, si sente il peso della vita in un carcere come il campo profughi di Dheisheh; e in un’occasione accenna a uno, anzi due zii morti a un check point israeliano. Ma la sua risposta non è mai stata la violenza. Anzi.

“Tornato a Betlemme ho deciso di lavorare come guida turistica, e l’ho fatto insieme a una ragazza ebrea americana che avevo conosciuto. Abbiamo portato in giro per la mia città turisti d’Oltreoceano per far vedere loro sia le bellezze storiche, ma anche i campi profughi e le difficoltà che vivono i palestinesi fuggiti dai loro villaggi, molti dei quali non ci sono più. È dal 2009 che faccio questo lavoro e sto continuando anche ora che la collaborazione con la mia amica americana è finita”.

Una guida turistica palestinese, disabile nei campi profughi. Hamdan non ha scelto la strada in discesa, anzi. L’ha scelta proprio in salita, e la fa con le stampelle. Ma avanza e continua, imperterrito. Non amo i panegirici, né tanto meno la mitizzazione delle persone, ma Hamdan merita davvero un gran rispetto per le sue scelte e per l’esempio che dà sia a chi vive la sua situazione – o situazioni peggiori – sia ai palestinesi che spesso diventano vittime della violenza, logorate da una prigionia infinita che non lascia scampo. Oggi Hamdam vive a Betlemme con la moglie Kifah e il figlio Ryan. Anche il matrimonio è stato un’odissea: prima di trovare moglie, si è scontrato con 18 famiglie che hanno rifiutato l’unione perché non volevano un genero handicappato.

Nel libro Hamdan racconta anche dell’incontro con Vittorio Arrigoni e cita e fa sua la frase, Restiamo umani. Ma forse, ancora di più, dovremmo diventare umani, perché troppo spesso scivoliamo verso la parte più bestiale, paurosa e impaurita, di noi, quella che odia il diverso e ciò che non conosce. Diventiamo umani, seguiamo il passo di Hamdan. (Stefano Rossini – Rimini Social)

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