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Piano Marshall per l’Africa. "Bene se ha impatto su imprenditoria locale"

L’idea lanciata dal presidente dell’Europarlamento non è nuova, ma potrebbe rappresentare un’opportunità. L’analisi del direttore generale di Focsiv, Attilio Ascani, che mette in guardia sulle criticità emerse col fondo Ue lanciato al vertice della Valletta. “Spostare fondi destinati allo sviluppo ad azioni di sicurezza o di limitazione delle migrazioni non è la risposta”

30 novembre 2017

- ROMA - Rievocare il piano Marshall quando si parla di sviluppo economico di un territorio non è una novità. Sono anni che viene declinato in più modi e l’Africa è da sempre uno dei continenti cui si fa riferimento. L’ultima rievocazione è di questi giorni, da parte del presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, alla conferenza di alto livello Ue-Africa. L’idea lanciata è quella di una strategia finanziaria per un ammontare di 40 miliardi di euro da trovare nel prossimo bilancio pluriennale Ue. “Grazie all'effetto leva e alle sinergie con la Banca europea per gli investimenti - ha affermato Tajani - si potrebbero mobilizzare investimenti pubblici e privati per circa 500 miliardi”. Un’idea non nuova, ma che per Attilio Ascani, direttore generale del Focsiv, potrebbe rappresentare un’opportunità qualora dovesse avere un reale impatto sull’imprenditoria locale africana, stando lontano dalle grandi multinazionali sul territorio, e soprattutto qualora riesca a trovare un terreno su cui competere con un gigante economico che già da anni investe cifre ben più cospicue nel continente, cioè la Cina. 

Che con un piano di queste proporzioni si possa far centro al primo colpo non è facile, visto il complesso scacchiere su cui si interviene. L’Africa è un continente di 54 paesi con situazioni molto diverse l’una dall’altra, così come diversi sono le esigenze di ogni stato. Per Ascani, tuttavia, la proposta di Tajani potrebbe avere degli effetti positivi sull’economia locale. “Teoricamente è positivo che ci sia un utilizzo di una leva che attraverso i fondi pubblici abbia un effetto moltiplicatore sui fondi privati, purché ci siano delle condizioni ben chiare - afferma Ascani -. Se vogliamo che l’economia africana cresca è importante che ci sia un impatto sull’imprenditoria locale, con piccole imprese europee che vadano a investire e creare joint venture con imprese africane. Se l’effetto leva è semplicemente quello di moltiplicare gli interventi delle grandi multinazionali che sono già impegnate nell’utilizzo delle risorse, sappiamo bene che si tratta di interventi che hanno sicuramente un effetto positivo sul Pil di alcuni paesi, ma che non hanno un impatto sullo sviluppo. Non è tramite l’industria estrattiva che si può sviluppare l’Africa, ma come già avvenuto per l’Europa e per la Cina, bisogna puntare sul manifatturiero, sui servizi e su altre attività che hanno come caratteristica soprattutto quella della piccola impresa locale. Benissimo l’effetto leva, altrettanto bene la capacità di sviluppo dell’imprenditoria e la creazione di posti di lavoro, attenzione al fatto che non tutti i posti di lavoro e non tutti gli interventi sono uguali. Occorrono caratteristiche ben precise”. 

Per Ascani, è la varietà dei problemi del territorio africano a imporre una diversificazione degli interventi. “Ci sono paesi rispetto ai quali anche l’effetto leva non avrà alcun impatto - continua -. Se si pensa alla Repubblica Centrafricana o la Somalia o a paesi fragili come il Burundi, dove la stabilità sociopolitica è in questione, oppure dove i fattori climatici interferiscono pesantemente sulla possibilità di sviluppo del territorio. È chiaro che in questo caso c’è bisogno di interventi che non siano basati sulla leva degli investimenti privati, ma siano ancora legati a investimenti, ad aiuti allo sviluppo, così come li conosciamo tradizionalmente”. In questo, un ruolo di particolare rilevanza può e deve averla la cooperazione internazionale, che secondo Ascani, in questo contesto ha un “ruolo importante nel coprire situazioni che altrimenti lasciano ampi spazi di povertà e di miseria - continua -. Anche nei paesi dove c’è un discreto tasso di crescita, le situazioni al limite di miseria e povertà sono rimaste importanti. Altro ruolo è quello di orientare lo sviluppo, anche imprenditoriale, laddove il mercato non lo faciliterebbe. In paesi come il Burkina Faso, dove l’interesse a investire è limitato, questo può essere incentivato utilizzando anche l’approccio della cooperazione allo sviluppo in collaborazione col settore privato”.

Il piano proposto da Tajani, inoltre, non sarebbe l’unico nel continente africano e soprattutto rischia anche di non essere il più corposo. “Se il confronto è con la Cina, non c’è trippa per gatti - chiosa Ascani -. La Cina oggi è in grado di mettere sul piatto dell’Africa una cifra di questo genere con cadenza annuale. Ci sono già 10 mila imprese cinesi che operano in Africa oggi e crescono in maniera esponenziale. È chiaro che la Cina ha un proprio piano Marshall per l’Africa, con il quale l’Europa non potrà non fare i conti. Deve farlo”. Ma se a livello economico non c’è confronto, è sul tema dell’impatto sul territorio che l’Europa può giocare la propria partita e perché no, vincerla. “Non siamo in grado di competere, rispetto al piano cinese, se non diversificando in certe situazioni e certi paesi dove la presenza dell’Europa può avere un valore aggiunto - spiega Ascani -. Investire nella piccola impresa, nella crescita della società civile e investire in attività imprenditoriali sulle quali la Cina non ha interessi: parlo ad esempio del manifatturiero, dove oggi l’intervento cinese ha un impatto fortemente negativo in Africa, proprio perché la Cina sta utilizzando l’Africa come mercato dove esportare prodotti cinesi a basso costo e non dove crea produzione. Questo è un limite sul quale l’Europa può immaginare un intervento. L’Africa è invasa da prodotti cinesi tutto a discapito di una capacità imprenditoriale locale. E questo rischia di relegare l’Africa nel classico ruolo di fornitore di materie prime, anche alimentari. Questa è una storia che abbiamo già visto”.

Semmai il piano Marshall targato Ue dovesse andare in porto, infine, per Ascani occorre evitare l’errore già commesso in questi anni con il Fondo fiduciario dell’Unione europea di emergenza per l’Africa (Eu Trust Fund - Eutf). Lanciato nel novembre 2015 al vertice de La Valletta, il fondo che ha visto l’Italia come principale contributore ed oggi può contare su oltre 3 miliardi di finanziato al 90 per cento attraverso fondi dell’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) provenienti dal Fondo europeo allo sviluppo (Fes). Il rapporto “Partenariato o condizionalità dell’aiuto?” presentato nei giorni scorsi da Concord Italia e Cini, in collaborazione con Amref e Focsiv, infatti, ha evidenziato “una tendenza all’utilizzo dei fondi Eutf a fini di contenimento delle migrazioni irregolari nei paesi chiave come la Libia e il Niger: come incentivo finanziario ai paesi africani di transito a collaborare nel controllo delle migrazioni e sui rientri dei migranti irregolari verso i paesi di origine o di transito; oltre che in alcuni casi sostenendo direttamente interventidi gestione e controllo delle frontiere in questi Paesi. Con una serie di conseguenze negative per i migranti, per la stabilità dell’area, e quindi anche per l’Italia”. Per Ascani, infatti, è mancata un po’ di “trasparenza e linearità”, ma il vero problema è rappresentato dallo “spostamento di fondi, da finanziamenti per lo sviluppo ad attività che non sono tutte legate allo sviluppo - aggiunge Ascani -. Le attività di sviluppo vengono spesso inquinate da un bisogno europeo di contenere le migrazioni e in alcuni casi sono stati finanziati approcci collegati con il controllo delle frontiere e il flusso dei migranti e la sicurezza dei paesi. Nel caso del Niger e della Libia abbiamo visto degli spostamenti di fondi che erano nati come fondi per lo sviluppo al finanziamento di attività collegate con la sicurezza e il controllo del territorio”. E secondo Ascani, “lo spostamento di fondi verso la sicurezza, o azioni di sviluppo improntate nell’ottica di limitare le migrazioni, non è la risposta che dovrebbe dare un’iniziativa come questa”.(ga)

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