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Periferie, ragazzi difficili, diversità: la scuola "comincia dall’ascolto"

Seminario Redattore Sociale. Vinicio Ongini, dell’Osservatorio per l’integrazione del ministero dell’Istruzione, Maria Franco, insegnante dell’Istituto penale di Nisida, e Marco Moschini, maestro e autore di libri, hanno parlato di una scuola a costante confronto con la “diversità” e le situazioni di disagio

02 dicembre 2017

Da sinistra, Vinicio Ongini, Marco Moschini, Maria Franco, Dario Paladini
Vinicio Ongini, Marco Moschini, Maria Franco, Dario Paladini

CAPODARCO DI FERMO - “La scuola aperta comincia dall’ascolto”. E’ la scuola che si apre, che va incontro alle difficoltà facendosi carico dei problemi, senza chiudersi di fronte alla realtà. E’ la scuola resiliente, che si reinventa nelle periferie delle grandi città, che – ascoltando - prova a confrontarsi e a coinvolgere nei percorsi di crescita personale i ragazzi in difficoltà, che si fa attenta alle problematiche giovanili.
Il ventitreesimo seminario per giornalisti di redattore Sociale, in corso di svolgimento presso la Comunità di Capodarco di Fermo, ha messo a confronto Vinicio Ongini, dell’Osservatorio nazionale per l’integrazione e l’intercultura del ministero dell’Istruzione, uno dei maggiori esperti italiani in tema di integrazione degli studenti di origine immigrata; Maria Franco, insegnante di italiano, storia, educazione civica dell’Istituto penale di Nisida. E’ tra i 5 docenti vincitori dell’Italian teacher prize 2017; Marco Moschini, maestro di scuola elementare per 36 anni, autore di libri di poesia e narrativa per l’infanzia e di didattica per insegnanti. Tiene corsi di formazione per insegnanti su educazione a lettura e poesia e rapporto con le “diversità”, intesa come opportunità.
Insegnanti ed esperti, davanti a una platea di giornalisti. E dalle loro parole esce un rapporto non sempre felice con il mondo esterno e con quello dell’informazione. Difficile il racconto della scuola e delle sue problematiche, e spesso chi fa informazione non riesce ad andare in profondità.

La scuola alla sfida delle periferie. Sull’inclusione degli alunni stranieri e sulle problematiche dei rapporti con la popolazione e le famiglie degli studenti italiani ha parlato Vinicio Ongini, che allacciandosi al workshop del mattino sull’accoglienza dei migranti, ha affermato: “Faccio subito una dichiarazione di interesse. Sono interessato a ciò che non va nel nostro campo (quello delle persone sensibili alle tematiche dell’integrazione e dell’accoglienza ndr) più che all’analisi del campo di chi è contro, vale a dire gli imprenditori della paura, i partiti di un certo tipo… Perché deve esserci qualcosa che non va se sta aumentando l’insicurezza e l’ossessione da parte dell’opinione pubblica verso i migranti. Quel 20% che è per l’integrazione avrebbe moltissimi strumenti. Assisto invece al fatto che nelle università nascano cattedre, master, ecc.. Volumi sempre più grandi con tanti dati e analisi, ma l’80% è contro queste cose e sta aumentando l’insofferenza dell’opinione pubblica. Sono interessato a capire, dunque, cosa non va nel racconto che facciamo”.
Ongini ha effettuato un viaggio nelle periferie. “E’ un tema critico quello che succede nelle scuole delle periferie – ha affermato -. Faccio 3 esempi su Napoli, Roma e Milano. Due anni fa abbiamo attivato una missione, ‘Le scuole al centro’, destinata all’apertura estiva delle scuole nelle grande città a Palermo, Napoli, Roma e Milano. Cosa fanno i ragazzi d’estate? L’estate è un evidenziatore di tante problematiche. La prima azione è stata destinata allora all’apertura estiva. Non si stava inchiodati al banco, ovviamente: si puntava sulla musica, sul teatro, sul gioco, ecc…”. 

Ed ecco i 3 esempi di buone pratiche, di scuola che si reinventa:
“Napoli, scuola Ilaria Alpi, a Scampia. La preside che è lì da diversi anni. (Vengono mandati a caso insegnati scolastici nei luoghi più difficili, così poi se ne vanno. Perché non vengono premiati coloro che rimangono nei contesti di grande difficoltà?). E’ stato costruito un video dal titolo ‘Scampia non è solo Gomorra’. Un tentativo di contro-narrazione. E questo perché andrebbero sempre accesi 2 sguardi: uno sui fatti di cronaca e uno su ciò che funziona. A Scampia è stata aperta una libreria chiamata “la scugnizzeria” (è la prima volta) ed è un tentativo di informazione diversa”.
A Roma, nel quadrante Sud est (Tor Bella Monaca, Centocelle, Torpignattara…) c’è una scuola che era chiamata “scuola ghetto”, con il 90% di alunni non italiani. “Di fronte a questa etichetta – ha ricordato Ongini - la scuola ha deciso di chiamarsi “Scuola Carlo Pisacane”, aggiungendo la denominazione di “scuola internazionale”. Non più ghetto, insomma. Si è deciso di rispondere capovolgendo lo stereotipo!”.

Infine Milano, scuola Paravia, vicino San Siro. “La scuola volevano chiuderla, per la massiccia presenza di stranieri – ha sottolineato -. Accanto alla scuola c’era un luogo adibito a moschea. Si giocava sulla confusione. Hanno risposto come a Roma. Ghetto dava il senso della chiusura. Si sono chiamati “scuola aperta” e hanno aperto – con l’aiuto della associazioni – anche la sera e anche la domenica! Sono tracce si racconti differenti”.
Perché per riuscire non basta enunciare principi. “Troppo spesso si parla di principi - ha concluso -, ma semplicemente parlando di 'inclusione' non si risponde alle esigenze delle persone (quell’80%). Basta! Inclusione è una parola che l’Europa che impone. Gli esempi che ho fatto delle 3 scuole sono fatti concreti, non parole! Un linguaggio concreto, vicino alla vita delle persone, non parole vuote”.

La sconfitta dello ius soli. Ius soli: perché si è iniziata una battaglia con queste parole in latino, incomprensibili? Ongini se lo chiede. E ha già una risposta: “E’ il segnale di una mancanza di efficacia. La dimostrazione del fatto che si concentrano le iniziative e i progetti sugli immigrati. Invece ci vogliono azioni che siano per tutti! E’ stata una battaglia persa quella della ius soli. Per l’Italia era ed è un’occasione di cambiamento. Invece è stata persa l’occasione di una battaglia culturale, da condurre assieme agli italiani. Ed era l’opportunità anche per far capire cosa significa essere italiani! Serve uno sguardo più ampio!”

La scuola al servizio dei giovani reclusi. Maria Franco si è soffermata sulla sua esperienza con i ragazzi  dell’Istituto penale Nisida. “Sono ragazzi di Napoli o dell’hinterland, e questo fa capire che le problematiche sono importanti. Le ragazze invece vengono da tutto il sud. Un tempo erano quasi tutte rom, oggi italiane. Abbiamo in media 60 ragazzi al giorno, con alle spalle storie pesanti: padri, fratelli, zii o anche la madre in carcere. In termini scolastici hanno una preparazione inesistente. Su 60, 15 non hanno mai fatto la scuola dell’obbligo. Altri sono rimasti fermi elle medie alla terza o quarta bocciatura. Si tratta di ragazzi molto complicati, difficili, oppure con atteggiamento depresso, difficili da stimolare. Hanno reati pesanti. La legislazione minorile in Italia è di altissimo livello, a loro vengono date altre possibilità. E quando si finisce in carcere significa che il reato è pesante. Abbiamo detenzioni a 16 o 18 anni. Ma da noi si sta dai 14 ai 25 anni, quindi non passeranno da noi tutta la durata della pena”.
“Ogni ragazzo va visto nella sua singolarità – ha affermato l’insegnante -. Sono in larga parte immersi in una sottocultura camorrista. I loro valori fondanti sono quelli di un grosso volume di denaro da avere, come espressione del potere. Così come tutto è giocato su quello che posso dimostrare con il vestiario, con la ragazza che hanno accanto, ecc… Sono avulsi dal rapporto con se stessi. I ragazzi sono cambiati. E questo per due motivi: è cambiato il codice minorile e poi – soprattutto - perché dall’inizio degli anni 2000 la presenza della droga è diventata massiccia: eroina e cobret, assieme alle altre droghe sintetiche, che intervengono sullo sviluppo cerebrale dei ragazzi”.

Non sono ragazzi diversi dagli altri ragazzi, ma quello che li contraddistingue è che non hanno avuto contrappesi, esempi positivi. “Con noi per la prima volta hanno visto un museo o un palazzo reale. A volte ti dicono ‘io abito qua ma non sapevo che questo palazzo esisteva!’. Tutto il tentativo fatto da parte nostra è quella di dare input, di far vedere che esistono tante cose nel mondo: lavorare la ceramica, fare la pizza, fare il pasticcere… la scuola diventa un luogo di spazio-tempo dove misurare la libertà. La nostra scuola, tra l’altro, è l’unico posto che non ha sbarre. Il ragazzo lì deve essere libero di cominciare a riflettere su ste stesso. Scegliere tra le sue dimensioni: l’urlo e il silenzio, vale a dire la ricaduta su se stesso… E’ importante fargli capire che tra queste due dimensioni egli ha una sua possibilità, quella di scegliere. Anche con il rischio che scelga il male...”.

Moschini e il riscatto della diversità. Chi è il ragazzo difficile? E’ partita da questa domanda il duplice intervento di Marco Moschini. Un vero e proprio show di un maestro che ha spaziato dalla teoria all’esperienza personale, in una sorta di simbiosi con la platea concluso con l’esibizione finanche di esperimenti didattici svolti in classe.
“Nei miei libri tratto di diversità e di riscatto – ha affermato -, dei piccoli perdenti che non si danno per vinti. Cerco di stupire, non solo attraverso le parole ma anche attraverso le pagine, che si piegano in modo diverso dalle altre ma funzionali per la storia. Perché la ricerca di stupore? Perché è fonte di meraviglia. Richiama il fatto di esser colpiti e costringe a sgranare gli occhi, quindi è più facile ‘vedere’. E più alto è il risveglio emotivo. E l’emotività gioca un ruolo primario nell’educazione... In questo contesto le regole danno stabilità emotiva”.

“Il disagio che esplode a scuola è spesso la conseguenza di ascolti che non ci sono stati in precedenza – ha aggiunto -. Ascoltare vuol dire anche dire di ‘no’. Da parte di chi si assume responsabilità a posto loro, che hanno spalle ancora troppo piccole. Le regole fanno bene al cervello. Un bambino senza regole è un bambino ansioso e stressato. Nessun tempo ha mai esaltato il ruolo del bambino nella famiglia come questo. Conta solo la sua felicità. Gli esiti di questo processo portano alla scomparsa del desiderio e del sogno. E del senso dell’attesa. Scomparso anche il senso del limite. Dare regole a un bambino, invece, significa dotarlo di stabilità emotiva. Anche questo è un modo di sollecitare i suoi bisogni più profondi. Come il diritto di annoiarsi. E così lo trasportiamo dappertutto. Ma la noia è un campo arato. E’ in quel periodo che la terra si ricarica per essere più fertile...”.

Quando un bambino nasce è tutto pulsione. Per collegare la pulsione alla parte razionale occorrono accoglienza e regole – ha concluso -. La pulsione diventa così emozione. E sono impulsi che evolvono nel rapporto con gli altri e sono collegati alla cultura. L’accoglienza è l’ascolto. Che non vuol dire prestare orecchio ma cogliere l’opportunità di andare laddove ci conduce. Quando un bambino ci racconta, invece di giudicare è meglio condividere. Anche la scuola deve avere la capacità di ascoltare quello che i ragazzi non dicono. A partire da chi è soggetto agli atti di bullismo. Si dia la possibilità di parlare a scuola, per riflettere e discutere insieme”.
In definitiva: i bambini vanno aiutati ad andare oltre l’apparenza e a vedere l’altro come persona complessa. “Così si supera lo stereotipo e si incontra la complessità – ha concluso Moschini -. Importante costruire nei bambini un immaginario. E imparare a pensare in modo non scontato, rifiutando luoghi comuni. Vuol dire anche educare alla diversità. Così il diverso non viene respinto ma attrae”. 

© Copyright Redattore Sociale

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