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I get you: le migliori pratiche di integrazione dei migranti forzati in Italia e in Europa

Presentata a Roma la ricerca realizzata in 9 paesi europei: 315 le iniziative mappate, 62 in Italia. “Il community building è un antidoto alla xenofobia. L’accoglienza funziona meglio nei piccoli centri”

12 dicembre 2017

ROMA - C’è Zagreb 041, un club di calcio che in Croazia combatte il razzismo e il pregiudizo. C’è Duo for job un progetto di tutoraggio che a Bruxelles aiuta i giovani migranti a inserirsi nel mondo del lavoro. E c’è, poi, la Casa dei venti un progetto che in Italia tenta di creare uno spazio per i migranti forzati, soprattutto quelli più vulnerabili. Sono questi soltanto alcuni dei migliori progetti di community building, mappati nella ricerca I get you realizzata in 9 paesi europei nell’ambito del progetto Best (Promoting best practices to prevent racism and xenophobia toward forced migrants through community building), e presentata oggi in un convegno a Roma. Capofila del progetto è il Jrs Europa e i partner sono associazione Centro Astalli (Jrs Italia), Jrs Belgio, Jrs Germania, Jrs Francia, Sj Spagna, Jrs Malta, Sj Polonia, Jrs Portogallo e Jrs Romania. 

I risultati della ricerca in Europa: “servono narrazioni positive per creare apertura e dialogo”.Nei 9 Paesi in cui è stato realizzato il progetto sono state mappate complessivamente 315 iniziative di community building: 62 in Italia, 55 in Francia, 50 in Germania, 37 in Belgio, 31 in Spagna, 31 in Portogallo, 20 a Malta, 15 in Romania e 14 in Croazia. La maggior parte sono di piccole dimensioni, ma secondo i ricercatori hanno avuto un impatto significativo nella prevenzione del razzismo e della xenofobia. “L’Europa ha ancora molta strada da fare per costruire società libere da discriminazioni, razzismo e xenofobia – si legge nel rapporto -. Attraverso l’esperienza delle persone intervistate nell’ambito del progetto I get you è emerso che anche identificare le forme di razzismo e xenofobia non è sempre scontato: al contrario, queste possono nascondersi dietro azioni molto diverse, dalle microaggressioni all’alloggio. Più che di nuove leggi e regolamenti, l’Europa ha probabilmente bisogno di forti narrazioni positive che raggiungano l’opinione pubblica in modo da creare le basi per un’apertura e un dialogo necessario a superare pregiudizi e paure”.

- I partecipanti ai progetti sono per lo più adulti in età lavorativa, sia migranti che locali. I migranti forzati arrivano soprattutto da Siria, Afghanistan, Iraq, Pakistan, Nigeria, Somalia, Sudan, Gambia e Mali. Il 55 per cento di loro vive in Europa da più di un anno. Secondo i dati della ricerca il finanziamento pubblico più rilevante delle iniziative di community building mappate è stato registrato il Romania (53%), Portogallo (39%) e Croazia (36%). Mentre in Germania, Francia, Spagna e Italia più del 50 per cento delle iniziative sono finanziate dalla società civile.

I risultati della ricerca in Italia. il community building come antidoto alla xenofobia. Nel nostro paese la mappatura ha descritto 62 iniziative, distribuite su tutto il territorio nazionale: 25 al nord, 28 al centro e 9 al sud. La maggior parte di esse (53) hanno portata locale, 7 fanno invece parte di un'iniziativa più ampia a carattere nazionale e 2 operano in una dimensione regionale. 41 iniziative su 62 svolgono le attività con meno di 25.000 euro l'anno. Non mancano tuttavia iniziative più ampie e strutturate e 8 dichiarano un budget annuo superiore a 100.000 euro.I fondi per il funzionamento provengono da finanziamenti privati, da fundraising e raccolta fondi gestita dai volontari ma in 15 casi le iniziative ricevono sostegno parziale e totale da fondi pubblici, soprattutto legati ai progetti di accoglienza del sistema Sprar.Il numero di beneficiari per ciascuna iniziativa è molto variabile, ma la maggior parte dei migranti coinvolti sono richiedenti o titolari di protezione internazionale. Per la maggior parte si tratta di persone giovani, nella fascia di età 19-25 anni. Le nazionalità maggiormente rappresentate sono il Mali (nel 69,4% delle iniziative), la Nigeria (67,7%), il Gambia (61,3%), il Pakistan e l'Afghanistan (48,4%) e l'Eritrea (38,7%). In particolare, la ricerca di I Get You ha mostrato che l’accoglienza funziona meglio quando è organizzata in piccoli centri e le strutture non sono isolate, ma ben collegate o ancor meglio all’interno delle aree urbane. Ciò consente, infatti, alla società civile di interagire direttamente con i migranti. “La creazione di relazioni personali è il modo migliore per prevenire l’ostilità e la diffidenza e, allo stesso tempo, agevola un’integrazione più veloce ed efficace. Le strutture e i metodi del sistema Sprar contribuiscono certamente a creare le condizioni per incontri positivi, come provano le sinergie esistenti tra molte delle iniziative di community building mappati e i progetti di accoglienza del sistema Sprar – si legge -. Un elemento chiave per la riuscita di molte iniziative di community building è la disponibilità di uno spazio per l’incontro che sia diverso dalle strutture di accoglienza ed sia aperto anche alla popolazione locale. Le esperienze di maggior successo dimostrano che avere un luogo di incontro dove tutti i partecipanti si sentono “a casa” è importante per la partecipazione e il coinvolgimento. Un ultimo elemento che appare particolarmente rilevante per la prevenzione della xenofobia e in particolare dell’islamofobia, che cresce in modo allarmante nel nostro Paese, è quello del dialogo interreligioso, presente in diverse iniziative di community building. Nella maggior parte dei casi questo elemento è in qualche modo implicito, un “effetto collaterale” della conoscenza reciproca e amicizia con i migranti forzati che sono, in molti casi, musulmani”.

Da Parma a Palermo: le buone pratiche italiane. Tra i progetti migliori inseriti nella ricerca c’è Tandem, realizzato dalla cooperativa Ciac di Parma. L’iniziativa riunisce giovani italiani tra i 18 e i 29 anni e giovani titolari di protezione internazionale per sperimentare percorsi di autonomia e indipendenza. A Palermo, nel quartiere Ballarò, invece, c’è Arte migrante, una rete nazionale che mira a promuovere l’inclusione sociale attraverso la cultura. A Roma, invece, tra i progetti migliori c’è la Casa Scalabrini 634 che accoglie i rifugiati, sia famiglie che singoli, in uscita dalle strutture di accoglienza per un periodo massimo di un anno. “Stiamo cercando di creare un luogo di condivisione con la comunità, aperto a tutti – sottolinea Maria Occhiuto, responsabile della comunicazione -. Stiamo lavorando sodo per essere considerati una presenza positiva per i quartiere”. (ec)

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