:::

Inserisci le tue credenziali per accedere ai servizi per gli abbonati

   
Ricordami

Password dimenticata?

Oppure scopri come abbonarti »

Stampa Stampa

L'incendio del Medio Oriente: "dialogo, strada difficile ma l'unica possibile"

Le riflessioni di don Vinicio Albanesi. "Le connotazioni religiose, vernice di supremazie che vogliono acquisire con la forza territori contesi". E la chiave religiosa finisce per rappresentare uno "stigma che impedisce integrazione a chi scappa da quell’inferno"

04 gennaio 2018

Guardando dall’esterno, senza competenze specifiche, è difficile comprendere, prima che giudicare l’incendio che sta avvenendo nel medio oriente. Distinguere il Califfato, dai movimenti sciita, sunnita, con le varianti di Al-Qaida e di altri gruppi terroristi non è facile.

- La sostanza delle guerre che hanno coinvolto l’Afganistan, la Siria, l’Iraq, il Libano, il Kurdistan, lo Yemen del sud, con le varianti degli alleati occidentali dice semplicemente che sono in atto guerre di potere, con le due centrali dell’Arabia saudita e dell’Iran ispiratrici e finanziatrici. Le connotazioni religiose sembrano la vernice di supremazie che vogliono acquisire con la forza territori contesi

Il risultato sono i migliaia di morti e i milioni di rifugiati. Invocare la pace, in queste circostanze è ovvio quanto incerto e imprevedibile.

L’Occidente sta a guardare e fornisce gli strumenti bellici richiesti. Alcuni giovani occidentali si sono sentiti in dovere di combattere la guerra santa: ma quale santità? Sono in discussione supremazie, territori, ricchezze, egemonie, monarchie, tirannie. Il nome di Dio è un mezzo che però in occidente sembra funzionare; per avere senso nella vita, per un nuovo futuro, per che cosa?

La conseguenza più disastrata è che la chiave religiosa offre uno stigma che impedisce integrazione a chi scappa da quell’inferno. La strada del dialogo sembra la più difficile, ma è l’unica, per riportare a razionalità istinti di sopraffazione e di violenza.

La rivolta dell’Iran dice che molte risorse sono state rivolte a conquistare potere lasciando nella povertà troppe famiglie di quel paese. I non attori di quegli eventi si guardano bene dal giudicare e tanto meno dall’intervenire, sperando che i conflitti si risolvano da soli. L’anno che viene non promette nulla di buono. Nello scenario dell’impotenza almeno non si perdano le ragioni della normalità, per non parlare di giustizia.

© Copyright Redattore Sociale

Stampa Stampa