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Le sfide del welfare: dalla "sterilizzazione dei servizi" alla contaminazione

Sul working paper pubblicato da Percorsi di secondo welfare e Centro Einaudi, Flaviano Zandonai analizza il ruolo del Terzo settore e il suo impatto rispetto a una domanda sempre più articolata, in particolare in due ambiti: welfare aziendale e rigenerazione di beni immobili per scopi sociali

06 gennaio 2018

BOLOGNA - Quali sono i principali snodi critici del processo di trasformazione in atto nel welfare italiano? Qual è il ruolo che gli enti del Terzo settore stanno svolgendo in questo momento di transizione? E quale il loro impatto sul sistema di offerta rispetto a una domanda sempre più articolata? Sono i temi al centro di “Dove finisce il welfare. Dislocazione e ricomposizione place-based”, il working paper di Flaviano Zandonai, ricercatore presso Euricse e segretario di Iris Network, pubblicato da Percorsi di secondo -welfare e Centro Einaudi nella collana 2WEL. “La stagione riformatrice del welfare sancita da provvedimenti normativi come la legge quadro sui servizi sociali del 2000 ha consentito, da una parte, di regolare il sistema di offerta e la programmazione delle politiche sociali. D’altro canto quello stesso impianto si è rivelato progressivamente inadeguato nel cogliere trasformazioni profonde che corrispondono a una sempre più marcata dislocazione dei servizi di welfare a ridosso dei luoghi di vita di persone e comunità locali”, dice Zandonai. “La progressiva strutturazione di un sistema di welfare distribuito e non solo concentrato in strutture e modelli di servizio oggetto di autorizzazione, accreditamento, certificazione e branding sollecita il ruolo degli addetti ai lavori, in particolare delle organizzazioni di Terzo settore che hanno esercitato ed esercitano un impatto considerevole sull’offerta di alcune tipologie di servizi sociali”. Un impatto che, secondo il ricercatore, “potrebbe allargarsi e incrementarsi alla luce della recente riforma del settore (legge 106/2016) che definisce l’identità del Terzo settore e allarga i suoi settori di intervento anche in quegli ambiti dove prendono forma nuovi modelli di servizio e business legati alla protezione sociale”.

La riforma del 2000 (legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali) aveva un intento di stabilizzazione, precisa Zandonai. “Il silenzio riformista degli anni successivi ha segnalato però che quella riforma più che mettere a regime sanciva in realtà l’inizio della trasformazione del modello che aveva codificato”. Per il ricercatore, le ragioni del mancato impatto della norma quadro vanno ricercate in disfunzionalità interne e nell’impostazione della riforma: “L’enfasi sul coordinamento è stata interpretata più come miglioramento dell’efficienza delle connessioni tra gli attori esistenti piuttosto che di efficacia nell’allargare lo spettro degli interlocutori per differenziare e ampliare l’offerta. E così – prosegue – il welfare dei servizi, in origine chiaramente leggibile come processo di innovazione sociale, è rimasto a presidiare, spesso con grande professionalità, un segmento di risposta ai bisogni sempre più specialistico e ristretto a fronte di una domanda in trasformazione profonda e di scala quantitativa maggiore, soprattutto nell’area grigia dei bisogni non certificati”. Nel frattempo però l’innovazione sociale nel welfare è andata avanti, come dimostra un sistema in cui i servizi si trovano in contesti diversi, dalle imprese ai condomini, fino agli spazi ricreativi.

Per Zandonai, “la sfida in senso generativo e coesivo del welfare coincide con il passaggio da un modello di organizzazione e gestione che ha via via sterilizzato i servizi in prestazioni avulse dal contesto a un modello che ricerca intenzionalmente la contaminazione con economie e socialità di luogo”. Un passaggio che non è progressivo né indolore ma è “il frutto di scelte ambivalenti, fortemente influenzate dalle caratteristiche dei contesti e dal ciclo di vita degli attori coinvolti”. La sterilizzazione, spiega il ricercatore, “di per sé, rappresenta l’esito estremo e l’inversione dei fini rispetto al tentativo di stabilizzare e professionalizzare un’offerta di servizi scaturita dal basso, ma agendo esclusivamente la leva delle policy e del mercato pubblico in senso regolatorio e non promozionale si sono imposti modelli di management tecnocratico che hanno trasformato i servizi in prestazioni impermeabili alle risorse di reciprocità, anche nel caso di servizi territoriali”. La contaminazione invece, “restituisce la portata della sfida di trasformazione sociale ed economica”.

I due ambiti che Zandonai analizza sono il welfare aziendale e la rigenerazione di beni pubblici a scopo sociale. Il primo è in fase di “startup” dice il ricercatore perché come emerge dall’analisi: poco meno del 60% delle oltre 3.400 aziende coinvolte nella rilevazione dichara di trovarsi in una situazione di avvio rispetto a questa politica. Zandonai sottolinea però come “il welfare aziendale è sempre più politica attiva” ovvero offerta di servizi mentre le misure passive come previdenza integrativa e polizze assicurative “sembrano stabilizzarsi”. Il secondo ambito ha visto, negli ultimi mesi, nascere numerose iniziative. “Accanto a filoni consolidati come la rigenerazione di risorse confiscate a organizzazioni mafiose, si moltiplicano i tentativi di sbloccare il potenziale derivante dal riuso di diverse asset class immobiliari sottoutilizzate o abbandonate, intercettando e supportando forme di partecipazione sociale e civica che spesso rappresentano innovazioni sociali emergenti”. Tra gli esempi riportati, il bando culturability della Fondazione Unipolis, l’esperienza di WelfareNet e di Kilowatt. (lp)

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