Sisma, un anno nella yurta: bilancio positivo ma ora serve la nuova scuola

L’educatrice Federica Di Luca: esperienza straordinaria, ma questo tempo di transizione non può avere una prospettiva di anni. Il terreno acquistato con i fondi raccolti dall’associazione dei genitori è stato donato al Comune. Adesso attendiamo l’esito di un bando del Miur

12 gennaio 2018

SAN GINESIO (MC) - A scuola, per un anno, in una grande tenda di 36 metri quadrati, sfidando la neve, il ghiaccio, la terra che ha continuato a tremare, le temperature rigidissime e un’organizzazione interna da ripensare continuamente. L’esperienza dell’agrinido di San Ginesio (Mc), trasferito in una yurta in seguito alle scosse che hanno reso inagibile la struttura originaria, compie un anno ed è promossa a pieni voti. “Ma ora – spiegano i responsabili del servizio – c’è bisogno di accelerare i tempi della ricostruzione perché la gestione a lungo termine sta diventando molto faticosa”.

- 6 gennaio 2017, la grande tenda yurta di San Ginesio apriva alle attività educative dell’agrinido. All’interno, 36 metri quadri di ambiente protetto da una struttura in legno rivestita da più strati di tessuto e imbottita con oltre 60 chili di lana a rendere stabile il calore interno. Fuori, al mattino, una temperatura di meno 15 gradi e i ghiaccioli che scendevano, scintillando, dal tessuto. In prospettiva, un inverno che sarebbe stato ricordato per l’enorme quantità di neve caduta e per le scosse di terremoto che fino alla primavera inoltrata non hanno dato tregua.

Federica Di Luca, educatrice e responsabile dell’agrinido, ricorda l’anno appena trascorso come “un momento molto importante sia dal punto di vista educativo che per tutto quello che ha comportato. La yurta ha modificato profondamente la nostra quotidianità e ci ha dato lo spunto per utilizzare questi materiali, tipici delle nostre campagne e dei nostri monti feriti dal terremoto, per svolgere attività che mettessero ancora più a contatto i bambini con il territorio”.

“Oltre ai materiali – spiega l’educatrice -, anche la forma della struttura ha contribuito ad arricchire il nostro servizio. Una forma circolare con un grande oblò in alto: una finestra sul cielo che offre, a differenza di qualsiasi altro edificio, una prospettiva molto particolare perché è rivolta verso la notte quando fa buio e verso tutto quello che passa sopra di noi. Il contatto tra il dentro e il fuori è ampliato e rappresenta una delle esperienze più interessanti che un servizio educativo possa offrire in un edificio come questo. Come anche la sua storia di struttura legata alle popolazioni nomadi, che si monta e si smonta in una giornata, ha sostenuto quelle caratteristiche che noi, nel post terremoto, andavamo cercando”.

“C’erano già alcune esperienze del genere, in Italia, ma erano pochissime – sottolinea Federica -. Che cosa potesse significare aprire un servizio educativo permanente in una tenda yurta, di fatto era una novità. E anche una scommessa, perché strutturare in uno spazio aperto, gli angoli e i materiali specifici della nostra attività ha rappresentato una grossa sfida. Poi ci sono state le paure: sarà abbastanza riscaldata? Terrà il vento e la neve? E con l’inverno che abbiamo avuto, direi che la tenda ha superato ogni esame”.

“E’ stato un anno di grande soddisfazione sulla scelta fatta – racconta l’educatrice -. Ad oggi sono consapevole che nessun’altra tensostruttura provvisoria sarebbe stata alla pari, da tutti i punti di vista. Ora sono passati 12 mesi e la yurta non può essere una prospettiva accettabile. I bambini sono aumentati, siamo ora a quota 16, e c’è interesse da parte di altre famiglie, nonostante il servizio si presenti in strutture di emergenza fragili, un po’ vulnerabili. Da una parte ci sono famiglie che chiedono e continuano ad avere fiducia, dall’altra c’è uno spazio che può cominciare a diventare stretto.
Quando si parla di post emergenza si è tutti proiettati nelle necessità di adattarsi e resistere, perché quella è l’unica e migliore soluzione al momento. Ma su un tempo lungo, questa situazione di spazi ridotti e uscite da uno spazio all’altro, per esempio per andare in bagno, perché noi non abbiamo il bagno nella yurta, si traduce in una gestione quotidiana faticosa. Ecco perché da una parte vogliamo evidenziare la straordinarietà pedagogica del lavoro fatto in questo ambiente unico e irripetibile. Dall’altra vogliamo riportare l’attenzione sui tempi della ricostruzione: questo tempo di transizione non può avere una prospettiva di anni, per lo meno per le scuole, perché si finisce per arrivare a un accumulo di stanchezza da tutti i punti di vista, rispetto alla sostenibilità economica della gestione attuale, alla limitatezza degli spazi e alle prospettive”.

Nel futuro, il progetto di una nuova scuola, con una raccolta fondi che ha raggiunto il suo scopo e ha permesso l’acquisto del terreno su cui sorgerà l’edificio. “Il terreno è stato acquistato nell’autunno scorso dall’associazione dei genitori ‘Nella terra dei bambini’ – spiega l’educatrice – che ha raccolto i fondi grazie anche a un partenariato molto ampio che va dal singolo cittadino ad associazioni, comitati locali a partner nazionali come l’Associazione nazionale Medici Pediatri, che ha devoluto una cifra importante. Poi il terreno è stato donato al comune di San Ginesio che, come ente locale di riferimento ha accolto la nostra richiesta di farsi protagonista del percorso di ricostruzione. E qui c’è un passaggio molto importante: da un servizio che di fatto si delinea come un servizio privato, seppur riconosciuto e sostenuto dalla Regione Marche, ad un servizio che vede il pubblico come protagonista e la realtà privata come partner”.

Il progetto è stato presentato all’interno di un bando del Miur per i poli d’infanzia 0-6. Su 17 candidature arrivate, il bando andrà a selezionare 3 progetti. “In questi giorni siamo in attesa dell’esito – spiega Federica -. Se, tuttavia, non dovessimo rientrare, abbiamo già individuato altri percorsi. Siamo fiduciosi, perché crediamo fortemente nel nostro progetto e siamo sostenuti da una serie di partner importanti”. (Teresa Valiani)

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