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Disabilità, progettare la città accogliente: esperienze dai territori a confronto

A Ravenna esperienze a confronto per creare città in cui ognuno abbia un luogo per sentirsi a casa e per ripensare servizi e professionalità. Tra i progetti presentati, quelle della Locanda del Terzo Settore (Marche), BioFattoria sociale Conca d’Oro (Veneto) e di Casa Sebastiano (Trentino)

30 gennaio 2018

Alcune immagini dell'incontro a Ravenna
Incontro di Ravenna sulla disabilità - Valiani

RAVENNA – Dal Trentino alla Romagna, dal Veneto alle Marche, esperienze a confronto per raccontare la “Disabilità in una comunità che si cura”. E’ questo il tema del seminario promosso dai comuni di Ravenna, Cervia e Russi come “occasione di incontro, riflessione comune e creatività verso qualcosa che ci accomuna, una città dove ognuno possa stare bene, dove ogni cittadino abbia un luogo dove essere a casa e dove tutti possano fare l’esperienza di sentirsi accolti”. Un incontro che ha raccolto intorno a un tavolo, davanti a più di 300 persone, esperti e operatori di diversa provenienza ma uniti dallo stesso obiettivo: ripensare servizi e professionalità.

Tre le esperienze in primo piano: la Locanda del Terzo Settore “Centimetro Zero” di Spinetoli (Ap), che dalle Marche propone un progetto di locanda sociale che si sta affermando a livello nazionale e impiega ragazzi con disabilità prevalentemente mentali, la bioFattoria sociale “Conca d’Oro”, che a Bassano del Grappa (Vi) propone, oltre alla fattoria, anche la “casa” (comunità alloggio), la bottega, il ristorante e un camper stop. E “Casa Sebastiano”, centro residenziale diurno di Mezzolombardo (Tn) per persone con disturbi dello spettro autistico, “luogo di accoglienza non per curare una malattia ma per vivere percorsi di crescita educativi e riabilitativi”. 

Incontro di Ravenna sulla disabilità - Valiani 2

“Il progetto che ha visto nascere nelle Marche la Locanda “Centimetro Zero” – ha spiegato Emidio Mandozzi, cooperativa Ucof, responsabile della Locanda - è partito circa 3 anni fa proprio dall’idea che dovesse essere il territorio a prendersi cura dei suoi ospiti. Territorio inteso come terra, orti, prodotti, animali. Ma anche, e soprattutto, come comunità di persone che ci vivono. Un territorio capace di restituire quel calore e quell’attenzione che un tempo arrivavano dalle famiglie, in un sistema di gestione dei bisogni che oggi non esiste più. E che tutto il percorso che stavamo avviando facesse perno sul lavoro come momento centrale e di realizzazione personale. La Locanda Centimetro Zero l’abbiamo pensata per questo: per annullare ogni distanza con l’orto che produce gli ingredienti dei nostri piatti, per avvicinare i ragazzi del centro diurno ad una realtà che difficilmente avrebbero avuto l’opportunità di conoscere. Per dare, a chi ha sempre vissuto lontano dai disagi legati alla disabilità, l’occasione di vedere e capire. Non ultimo, per promuovere una cucina sana e di qualità a costi contenuti”. 

L'interno della Locanda "Centimetro Zero"
Locanda “Centimetro Zero”

Alla Locanda lavorano attualmente 12 giovani, 9 ragazzi e 3 ragazze. Età media 30 anni, tutti con disabilità mentali, provengono per la maggior parte dal centro diurno di Spinetoli, ma negli ultimi mesi si sono aggregati anche ragazzi di altre città. C’è chi lavora in cucina, chi si occupa dell’orto, chi della sala, chi riesce a coprire più incarichi contemporaneamente e molti giovani sono anche soci della cooperativa che gestisce il progetto. “I ragazzi sono impegnati per 20 ore settimanali – ha sottolineato Mandozzi -  e i risultati di questa attività emergono chiaramente. Maggiori capacità di relazione, concentrazione sia nelle ore dedicate allo studio che nel corso dell’attività di ristorazione, migliori rapporti con le famiglie e una crescita esponenziale in fatto di autonomia e di autostima sono tra gli obiettivi che il progetto è riuscito a centrare in tempi rapidi”. Mandozzi ha parlato anche dal progetto “Professione Centimetro Zero”: serie di corsi di formazione professionale, preceduti da un’ora di meditazione, per offrire una specializzazione professionale da utilizzare anche sul mercato del lavoro.

“L’approccio alla disabilità non è più quello di un tempo – ha spiegato Fabio Comunello, psicologo, psicoterapeuta e presidente della bioFattoria sociale ‘Conca d’Oro’ -, superato l’assistenzialismo, ora si stanno prospettando strategie per l’appartenenza. E’ venuto il momento di considerare la persona con disabilità come portatore di una prospettiva autonoma altrettanto sensata della nostra e non (necessariamente) riconducibile alla nostra. E per guardare a questo orizzonte è necessario approntare strategie progettuali che, soprattutto nel passaggio dall’adolescenza alla maturità, abbandoni l’idea di una continua ‘riparazione’ per creare contesti concreti e abilitanti che possono diventare bifocali: occasioni di sviluppo di progetti personalizzati e proposte che possano imporsi in modo originale sul mercato e quindi generare risorse”.

“Casa Sebastiano – ha raccontato Giovanni Coletti, presidente della Fondazione Trentina per l’Autismo – è un luogo in cui i ragazzi possono sperimentare autonomie, un luogo di formazione e di studio, accogliente e familiare in cui sentirsi a casa e vivere serenamente: una realtà per crescere e favorire la relazione con l’altro. Una casa che accoglie la famiglia intera, con i suoi bisogni e le sue esigenze. La Fondazione Trentina per l’Autismo si avvale di un Comitato scientifico composto da 9 tra i maggiori esperti in Italia per supervisionare le attività e creare un ‘modello italiano’ di presa in carico della persona con autismo. Il centro diurno e residenziale offrono diverse attività: laboratorio di cucina, di falegnameria, di pittura e arte, di musicoterapia, attività di fattoria con la cura di animali, pet therapy, coltivazione di ortaggi ed educazione ambientale, laboratorio di attività motoria, inserimento protetto in contesti lavorativi del territorio”. Una “visione globale dell’autismo”, quella di ‘Casa Sebastiano’, che si concretizza “in un modello innovativo di azioni coordinate, compartecipate e condivise dalla famiglia, dalle istituzioni e dalle realtà territoriali cooperativistiche”.

“Attraverso il lavoro – ha concluso Emidio Mandozzi - ognuno di noi costruisce la propria identità: ma quando parliamo di lavoro e disabilità tiriamo in ballo meccanismi molto più complessi, perché attraverso il lavoro le persone disabili riescono a guadagnare spazi impensabili sul terreno che rappresenta per loro la sfida più grande: quello dell’autonomia”.

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