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Dal Sia al Rei, Caritas valuta impatto. Il 67% dei beneficiari sono italiani

L'87 per cento sono nuclei con minori. Il monitoraggio ha coinvolto diverse regioni come la Liguria, la Toscana, l’Abruzzo, il Molise, la Sicilia, rilevando che ad oggi la vera sfida è l’armonizzazione degli interventi sui territori.

30 gennaio 2018

ROMA - Un aiuto per le famiglie, un modo per provare a pianificare di nuovo il futuro e ritrovare dignità e speranza. Definiscono così il Sia (sostegno di inclusione attiva) le famiglie beneficiarie della misura, intervistate nell’ambito del “Rapporto di valutazione sull’impatto del Sia nell’ambito delle strutture Caritas” presentato questa mattina a Roma da Walter Nanni e Vera Pellegrino. L’obiettivo del lavoro era valutare le ricadute sulle persone prese in carico dalle Caritas in tutta Italia, esplorando la dimensione locale, quella nazionale e dando per la prima volte anche la parola ai beneficiari, con 78 colloqui in profondità.

“Abbiamo preso in considerazione 1.286 famiglie, al tempo stesso utenti Caritas e beneficiari del Sia – spiega Nanni – nel 67 per cento dei casi si tratta di italiani. Si conferma dunque la tendenza che la presa in carico riguardo soprattutto di famiglie italiane su cui la crsi economica ha impattato”. Secondo i dati raccolti nel dossier, inoltre, l’86,5 per cento degli utenti ha figli minori nel nucleo familiare. “E’ chiaro – aggiunge Nanni – che per le famiglie straniere ci sono criteri stringenti, ma sono dati su cui vale la pena riflettere”. Il monitoraggio ha coinvolto diverse regioni come la Liguria, la Toscana, l’Abruzzo, il Molise, la Sicilia, rilevando che ad oggi la vera sfida è l’armonizzazione degli interventi sui territori. Ad un anno dall’entrata in vigore del Sia, infatti, c’è ancora un ridotto coinvolgimento delle Caritas soprattutto nella collaborazione con le equipe multidisciplinari.

“Anche se nella percezione diffusa che abbiamo potuto cogliere, molte amministrazioni comunali hanno dimostrato un buon grado di attivazione sotto il profilo della informazione e della comunicazione ai cittadini sul Sia, sono possibili ampi margini di miglioramento – si legge nel dossier -. Soprattutto perché il mutamento di alcuni requisiti e il cambiamento della stessa denominazione di riferimento dell’intervento socio-assistenziale possono aver suscitato in alcuni cittadini dei fenomeni di confusione e incertezza conoscitiva. Anche in questo caso è necessario promuovere un cambiamento di mentalità: non è più solo il comune o l’amministrazione pubblica locale ad essere titolare dell’azione informativa, ma tale azione informativa andrebbe il più possibile condivisa con quegli attori del territorio che più facilmente entrano in contatto con la povertà sommersa e i potenziali beneficiari delle misure di aiuto”. 

Nel corso del convegno è stata analizzata anche l’introduzione, nel settembre scorso, del Rei (Reddito di inclusione) entrato poi in vigore a dicembre 2017 ed erogato dal 1 gennaio 2018. La misura riguarda le famiglie in difficoltà che hanno nel proprio nucleo familiare almeno un figlio minore o disabile, o una donna in stato di gravidanza accertata, oppure una persona disoccupata con più di 55 anni. Per ora ne beneficiano 1,8 milioni di poveri assoluti, il 38 per cento dei 4,8 milioni certificati dall’Istat, circa 500 mila famiglie ma la legge di stabilità prevede a partire da luglio l’ampliamento della platea fino a 700 mila nuclei familiari, ha sottolineato Lorenzo Lusignoli, della Cisl, una delle associazioni dell’Alleanza contro la povertà. “Il 60 per cento degli aventi diritto ne resta fuori,– spiega – A partire da luglio 2018 la legge di stabilità prevede l’ampliamento della platea di 200 mila unità, quindi verranno raggiunte circa 700 mila famiglie. Ma l’obiettivo dell’Alleanza è arrivare a una copertura totale di tutti gli individui in povertà assoluta con un piano pluriennale”. Per questo, secondo Lusignoli, è necessario incrementare il Fondo progressivamente di altri 4,4 miliardi annui. 

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