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I licei "selezionanti" e il clima di ostilità verso stranieri, disabili, poveri

Ha fatto impressione la notizia che alcuni licei d’Italia nel rapporto di autovalutazione abbiano sottolineato l'assenza di alunni disabili, stranieri, poveri. Emerge la tendenza ostile a ogni giovane che sia “problematico”. La scuola pubblica non è più occasione per tutti; ma per alcuni “migliori”. La riflessione di don Albanesi (Comunità di Capodarco)

15 febbraio 2018

- Ha fatto impressione la notizia che alcuni licei d’Italia (il Visconti e il G. Falconieri di Roma, il Parini di Milano, il D’Oria di Genova) nel rapporto di autovalutazione (RAV) abbiano sottolineato il fatto che nelle loro scuole non fossero presenti alunni stranieri, gitani, disabili, alunni provenienti da ambienti disagiati (poveri). In un liceo tenuto da suore è stata fatta presente la difficoltà di presenza di figli di portinai e custodi (pochi) con ragazzi abitanti negli appartamenti custoditi. Dopo la polemica scoppiata, la giustificazione è stata: si tratta di una fotografia della realtà esistente, senza voler giustificare alcuna discriminazione.

Proprio la giustificazione indica invece il significato del messaggio: venite tranquilli perché nel nostro liceo non ci sono presenze aliene; potete studiare senza perdite di tempo e senza problematicità. Ritorna il detto latino Excusatio non petita, accusatio manifesta = scusa non richiesta, accusa manifesta). In altre parole se non hai nulla di cui giustificarti, non scusarti.

In realtà tutti sappiamo che i licei, nel passato, ma anche nel presente, sono scuole elitarie. Gli studi liceali non offrono, al loro termine, un mestiere, ma debbono essere completati con l’università. Chi va al Liceo sa di sicuro che mancano altri cinque o più anni di studi. E per questo, nella stragrande maggioranza dei casi, sono frequentati da alunni di famiglie di condizione sociale medio-alta. Negli anni trascorsi, quando l’obbligo scolastico era fermo alla terza media, i licei erano frequentati da figli di professionisti; oggi non è più del tutto così, anche se rimangono scuole selezionate.

La responsabilità di questo approccio di selezione non va attribuita  – come è facile fare – ai presidi, ma alle famiglie degli alunni che frequentano quelle scuole. Nel migliore dei casi si tratta di spirito elitario. Nel profondo emerge uno spirito ostile a ogni problematica che possa distogliere i propri figli dal diventare “geni”. Per ognuno si deve scegliere la scuola migliore senza impicci. Da qui la rassicurazione che gli impicci non ci saranno. Emerge la tendenza ostile a ogni giovane che sia “problematico” o presunto tale.

In quei licei selezionati affioreranno comunque alunni non proprio brillanti: il clima selezionato dei genitori e degli insegnanti penserà a proteggere i meno dotati. Importante non avere imbarcato chi ha in partenza il marchio della problematicità. Il clima sociale di ostilità verso le minoranze (stranieri, disabili, poveri …) è alimentato anche da stili, apparentemente accoglienti, in realtà selezionatori. Chi ha meno strumenti culturali apparirà volgare, aggressivo, arrabbiato. Le classi colte selezionano accuratamente pensando ai propri interessi. La scuola pubblica non è più occasione per tutti; ma per alcuni “migliori”. 

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