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Disabili over 65, no al trasferimento in casa di riposo: il Veneto sperimenta

Possibilità di invecchiamento nelle strutture che li ospitano: è questa la novità che la regione ha deciso di sperimentare per un anno. L'assessore Lanzarin: "Non ci sembrava ragionevole allontanare dal loro contesto di vita persone che hanno ancora potenzialità di autonomia"

19 febbraio 2018

PADOVA - Possibilità di invecchiamento per i disabili nelle strutture che li ospitano: è questa la novità che la Regione Veneto ha deciso di sperimentare, per un anno, introducendo un doppio canale nei percorsi di assistenza. Certo, saranno le condizioni psicofisiche dei disabili stessi a determinare il livello di compatibilità con l’assistenza offerta dalla comunità alloggio o dalla struttura ospitante e, in caso di non autosufficienza, verranno accolti da una specifica residenza per anziani.

Al lato pratico la sperimentazione, approvata dalla Giunta regionale del Veneto, introduce -una valutazione multispecialistica e multidisciplinare per le persone disabili in prossimità del loro 65° anno d’età, così da stabilire quale sia la struttura o il servizio più idoneo per ciascuno. Nello specifico, sarà l’Unità di valutazione multidimensionale distrettuale (UVMD)  andrà a verificare quale possa essere la soluzione ottimale, fermo restando il rispetto di un progetto personalizzato di cura e senza aggravi economici per le famiglie o i Comuni.

Sarebbero quasi mille i disabili over 65 interessati, dei quali un centinaio assistiti nei centri diurni,  590  nelle residenze protette del Veneto e 239 a domicilio, con l’assegno di cura domiciliare. Ma la platea delle persone potenzialmente interessate dalla sperimentazione conta almeno 2 mila persone, considerando il numero delle persone disabili tra i 55 e i 65 anni attualmente accolte in comunità alloggio, residenze o nuclei protetti, centri diurni e progetti di assistenza domiciliare.

“Vogliamo superare la vecchia regola che stabiliva che al compimento del 65° anno di età la persona disabile dovesse essere trasferita in una struttura per anziani” spiega l’assessore al Sociale Manuela Lanzarin che ha introdotto la sperimentazione. “Non ci sembrava ragionevole – spiega – allontanare dal loro contesto di vita persone disabili che hanno ancora discrete potenzialità di autonomia e di relazione, né sovraccaricare i centri per non autosufficienti dell’incarico di accogliere persone che hanno sì bisogno di assistenza, ma manifestano bisogni e attitudini ben diverse da quelle di un ultraottantenne affetto da un mix di patologie croniche”.

Ma pesa anche il risvolto relazionale e umano della sperimentazione: “Ci sembra una scelta di civiltà non spezzare arbitrariamente legami e reti sociali che si sono create negli anni”. Vantaggi anche dal lato operativo: “Aprendo questo duplice percorso – spiega l’Assessore –, evitiamo di accomunare tipologie diverse di assistiti nel medesimo contesto, solo in virtù del criterio anagrafico dell’invecchiamento. Il principio-guida che abbiamo adottato è quello dell’accomodamento ragionevole in funzione dell’età. In prospettiva – conclude Lanzarin –, la sperimentazione a cui diamo avvio potrà rendere le comunità alloggio e le strutture per disabili centri di riferimento per i progetti del ‘dopo di noi’, cioè di quel percorso di presa in carico totale delle persone disabili, quando genitori e parenti vengono a mancare”.

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