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Cittadini stranieri, servono luoghi adeguati per socializzare

È quanto emerge dall’indagine realizzata durante i Laboratori di quartiere che hanno coinvolto 22 stranieri residenti a Bologna. “I luoghi di confronto rimangono case e spazi privati, ma anche bar, giardini, luoghi di culto o quelli digitali”. Servono figure ponte tra le comunità e l’amministrazione

24 febbraio 2018

BOLOGNA - Trovare luoghi adeguati per socializzare e aggregarsi. È uno dei bisogni principali degli stranieri a Bologna emersi durante l’indagine condotta durante i Laboratori di quartiere dalla ricercatrice dell’Università Giulia Allegrini insieme a Bernardo Venturi dell’Agenzia per il Peacebuilding. All’indagine hanno partecipato 22 cittadini stranieri residenti in città. “Non significa che non ci sono spazi a sufficienza ma piuttosto che non sono accessibili o che mancano le informazioni per raggiungerli”, spiega Allegrini. E così, ad esempio, il Centro interculturale Zonarelli, principale punto di riferimento per gli stranieri in città e sede di alcuni incontri dei Laboratori non basta più. “Ci vogliono posti che diano spazio alle singole culture ma che siano meticci allo stesso tempo”, prosegue Allegrini. E questo non sempre accade. Lo stesso Zonarelli “raccoglie tante comunità che non parlano tra loro”, aggiunge il docente dell’Alma Mater Pierluigi Musarò.

Ma quali sono allora i principali luoghi di confronto per gli stranieri residenti a Bologna? Case e spazi privati, “perché non ci sono posti in cui potersi incontrare. Ma anche bar, giardini, i luoghi di culto e ovviamente quelli digitali”, spiega Allegrini. Ma così viene meno la partecipazione alla vita cittadina.
Come fare quindi a costruire a Bologna un sistema di attivazione che possa tener conto delle comunità già esistono, in un’ottica realmente “meticcia e interculturale”? Formando nuove figure intermediarie, come assistenti e operatori sociali o “figure ponte” che abbiano un ruolo all’interno delle comunità e rapporti con l’amministrazione. D’altronde questa è proprio un’altra delle necessità evidenziate dai 22 intervistati, insieme all’esigenza di rispondere “alle difficoltà di accesso ai percorsi politici e di voto”, aggiunge Venturi.

Dall’altro lato, si dovrebbero mettere a frutto le attività già in corso. Nell’esperienza dei Laboratori si sarebbero per esempio potuti “mappare i luoghi tenendo conto della presenza di queste diverse comunità nei vari quartieri”, suggerisce Allegrini. In quell’occasione, l’Ufficio immaginazione civica aveva comunque individuato un team di 9 ragazzi, di cui 2 stranieri, con il compito di raccontare l’attivismo civico in un “laboratorio under”, spiega Stefania Paolazzi del Comune nel suo intervento. Aggiungendo che è stata proprio “una delle partecipanti a sottolineare come questi processi di partecipazione siano visti dai più giovani come un modo per riattivare la cittadinanza sociale”. L’appello quindi va agli amministratori civici e al Comune, che nei percorsi di progettazione dovrebbero saper “ascoltare l’intera cittadinanza – conclude Musarò – altrimenti gli stranieri rimangono assenti sia in Italia che nei Paesi di origine”. (Roberta Cristofori)

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