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Cohousing, nasce l’Oasi: persone disabili e straniere vanno a vivere insieme

Loris, Blerta, Marianna, Tibe, Graziano, Sadya e Said. Sono i nuovi abitanti della palazzina di via Barozzi 7 a Bologna dove è attivo il progetto di cohousing. Pizzi (Aias): “È una normale esperienza di coabitazione con servizi in più che permettono di migliorare la qualità della vita”

28 febbraio 2018

BOLOGNA – “Anche prima abitavo da solo in un appartamento, ma ero sempre isolato, stavo morendo. Ora sono rinato”. Loris ha una sessantina d’anni ed è uno dei nuovi abitanti di via Barozzi 7, la palazzina in cui è nato il cohousing l’Oasi. Rivolto a persone adulte con disabilità, spesso senza sostegni famigliari o seguite dai servizi sociali, il progetto è nato dalla collaborazione tra Azienda Usl di Bologna, Asp Città di Bologna, Comune e Aias (Associazione italiana assistenza spastici). Come gli altri abitanti della palazzina, Loris si è trasferito a gennaio. Sul campanello del suo appartamento, al piano terra, c’è scritto “portiere sociale”. Da un paio di mesi, quindi, è Loris a occuparsi di ritirare i pacchi che arrivano e consegnarli al piano, di aprire il cancello, smistare la posta ma anche, racconta, “di andare a prendere i prodotti alimentari al Banco alimentare, la cui sede è proprio lì accanto” e portarli agli altri abitanti della palazzina.  

Cohousing, utenti e personale dell'Oasi

Gli appartamenti del cohousing sono 6 monolocali di circa 28 metri quadrati, già abitati, e uno leggermente più grande, ancora vuoto. Oltre a Loris, in via Barozzi abitano Blerta, Marianna, Said e Sadya, Tibe e Graziano. Tibe è una donna italiana di origine eritrea. Ha vissuto per un periodo in un appartamento in transizione, dopo le dimissioni dall’ospedale per un intervento chirurgico alla testa. Ora si è trasferita nel cohousing insieme al compagno Sium, lei lavora per l’Agenzia che si occupa delle pulizie per le Ferrovie, lui è metalmeccanico. “Siamo qui da un paio di settimane – racconta – L’appartamento è un po’ piccolo, ma siamo contenti”. Allo stesso piano vive Graziano, 44 anni, un lavoro in una cartolibreria e una fidanzata, Laura, in sedia a ruote, che vive con la madre ma ogni tanto si ferma da lui. Said e Sadya sono di origine marocchina e vivono in Italia da 14 anni. Nel 2016 Said ha avuto un ictus e ora cammina a fatica, si sposta su una sedia a ruote, e non parla. È la moglie Sadya, che lavora come donna delle pulizie, a occuparsi di lui. “Prima abitavamo in un appartamento al terzo piano senza ascensore”, racconta. Accanto a loro vive Marianna, meno di 40 anni e una forma piuttosto grave di Parkinson. E poi c’è Blerta: 33 anni, di Tirana, da circa 10 anni vive in Italia, dove si è laureata in Storia all’Università di Bologna. A causa di una caduta da piccola, cammina con difficoltà. Lavora in una cooperativa che si occupa di inserimento lavorativo per persone disabili o in situazione di svantaggio. “La novità del progetto è l’essere multietnico – racconta – Ci sono diverse nazionalità tra gli abitanti e anche diverse tipologie di svantaggio”. Anche lei come gli altri abitanti del cohousing ha partecipato al percorso di accompagnamento al progetto ed è stato lì che ha conosciuto i suoi nuovi vicini di casa. Per gli spazi comuni, le piacerebbe che venisse realizzata “una sala lettura ma anche un sala tv o una piccola palestra”. 

Gli abitanti pagano un affitto a canone concordato (da 250 a 350 euro) e possono usufruire dei locali comuni al piano terra, destinati ad accogliere i servizi che non trovano spazio negli appartamenti (stireria, lavatrici o lavasciuga, cucina comune) ma anche attività di relazione e socializzazione che saranno decise insieme agli abitanti in base ai loro interessi o alle loro esigenze. “Quella di via Barozzi è una normale esperienza di coabitazione con alcuni servizi in più che permettono di migliorare la qualità della vita”, ha spiegato Gianluca Pizzi, presidente di Aias. La palazzina è di proprietà di Asp Città di Bologna e i locali al piano terra – in cui dovranno essere fatti lavori per eliminare le barriere architettoniche finanziati con i fondi regionali del Dopo di noi – sono stati dati in comodato d’uso ad Aias (che paga un rimborso di 220 euro mensili ad Asp). È l’associazione a seguire gli abitati tramite i suoi educatori. “Sono stato per 8 anni in via Bovi Campeggi, dove Aias gestisce un condominio partecipato – racconta Alberto – Facevo l’educatore o meglio il mediatore condominiale ed è quello che faccio anche qui. Vengo qui, mi fermo a chiacchierare con gli abitanti davanti a un caffè, loro mi raccontano problemi e difficoltà. E io li ascolto”.  

“Questo è un luogo bello, vivo, abitato in modo non convenzionale – ha detto Gianluca Borghi, amministratore unico di Asp Città di Bologna – Al piano terra, negli spazi comuni dove si realizzeranno attività di relazione e socializzazione, ci sarà l’essenza stessa del cohousing”. Per Maria Rita Serra di Aias, “il nostro obiettivo è trovare modalità rispettose dell’autodeterminazione e soluzioni che siano in armonia con l’articolo 19 della Convenzione Onu per i diritti delle persone disabili”. Socialità, responsabilità e autonomia sono i tre elementi del cohousing, come ha ricordato Rosa Amorevole, presidente del Quartiere Santo Stefano, “mi auguro che questo tipo di esperienza si diffonda sempre di più”. Chiara Gibertoni, direttore generale di Ausl ha sottolineato l’importanza di “portare a sistema un’esperienza come questa perché diventi un nuovo modo di fare welfare”. Sulla stessa linea anche Giuliano Barigazzi, assessore a Sanità e Welfare del Comune di Bologna. “Questo progetto mostra il passaggio da un welfare tradizionale che fornisce servizi a un welfare in cui ci si occupa anche della qualità della vita e della dignità delle persone. È un cambio non da poco: da prestazione a progetto, non più solo assistenza ma promozione di una vita libera, dignitosa e indipendente”. (lp) 

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